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Troppi interessi in gioco

· ​Per monsignor Pierbattista Pizzaballa ·

Gerusalemme, 20. «Le guerre e l’uso della forza non sono stati in grado di portare la pace e la giustizia, ma solo altra violenza, morte e distruzione»: è quanto ha affermato ieri, nella sua prima conferenza stampa, in occasione del Natale, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini. Il presule ha puntato l’indice contro «il commercio di armi, i giochi di potere e i fondamentalismi». La pace — ha sottolineato — «implica negoziati politici e soluzioni. L’esercito può vincere la guerra, ma per costruire serve la politica. E noi non la vediamo. Molti interessi sono in gioco in queste guerre, ma alla fine i poveri e i deboli sono quelli che hanno pagato per loro, e hanno pagato troppo».

Nel suo intervento l’amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini ha citato fra le altre la comunità cristiana egiziana che «vive continuamente sotto minacce» come testimonia il recente attentato alla chiesa copta del Cairo. Al riguardo, monsignor Pizzaballa ha detto che «abbiamo anche noi la nostra parte di responsabilità; non possiamo continuare a parlare sempre di dialogo, giustizia e pace. Le parole non sono sufficienti. Dobbiamo combattere la povertà e l’ingiustizia dando testimonianza di misericordia».

Poi, il presule ha sviscerato la situazione paese per paese, a cominciare dalla Giordania dove domenica scorsa c’è stato un attentato terroristico a Karak: «Che anche lì sia entrato il virus fondamentalista non è una novità, ma bisogna lavorare molto nel campo dell’educazione e dello sviluppo, altrimenti tutta quella frustrazione tra i giovani porterà ad altre e più gravi forme di fondamentalismo».

Anche in Terra Santa riecheggia «il fondamentalismo e l’estremismo che il mondo fronteggia e il peggio — ha osservato — è che questi fenomeni stanno mettendo radici tra i giovani. Le scuole cattoliche in Israele stanno passando attraverso una crisi senza precedenti e non ci sono state offerte finora soluzioni concrete».

L’arcivescovo ha lamentato anche «la mancanza di visione» di israeliani e palestinesi che si traduce, a volte, in assenza di dialogo e di impegno concreto per la pace. È urgente quindi che i governanti «guardino con coraggio ai loro popoli che soffrono e chiedono pace». Non è mancato un riferimento alle migliaia di lavoratori stranieri (molti sono cristiani) giunti in Israele, ai quali la Chiesa sta offrendo accoglienza per dare loro speranza. Oltre alle ombre, nel discorso dell’amministratore apostolico non sono mancate le luci: tra esse, la guida e la predicazione di Papa Francesco, l’anno della misericordia, i restauri del Sepolcro di Gesù e della Natività a Betlemme.

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