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Troppa trama per un film

· Il Conte di Montecristo al cinema e in televisione ·

Le trasposizioni del romanzo di Alexandre Dumas padre, fra grande e piccolo schermo, sono state quasi una trentina. Quella americana del 1934 firmata da Rowland V. Lee rimane una delle più note e forse la migliore. Sfrondato il testo di molti episodi, il film si concentra sui momenti più emozionanti: la prigionia e il rapporto con l’abate Faria, l’incontro dopo anni con Mercédès, il complotto iniziale e il relativo contrappasso dell’epilogo.

Alexandre Dumas padre

Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che il Montecristo francese di Robert Vernay, datato 1943, è molto considerato, anche perché è forse il più fedele al romanzo. Ma proprio l’eccessiva fedeltà lo appesantisce di troppi episodi descritti in fretta. Anche se Pierre Richard-Willm nei panni del protagonista probabilmente batte tutta l’ampia concorrenza. Trascurabili sono invece la versione del 1954, firmata di nuovo da Vernay, stavolta a colori, ricca ma insipida, e quella di Claude Autant-Lara del 1961. Meglio allora alcune produzioni televisive. Come quella inglese del 1975 firmata da David Greene, che vede protagonisti Richard Chamberlain nei panni di Dantès e Tony Curtis nella parte di Mondego. Pur nella rigidità tipica delle produzioni Nbc, il film ha momenti avvincenti soprattutto nella descrizione della prigionia. Altra produzione televisiva degna di nota è quella diretta dal francese Josée Dayan nel 1998. Si tratta di una delle poche trasposizioni che spezza opportunamente la linearità del romanzo con una serie di flashback. È però un errore grossolano quello di utilizzare due interpreti diversi per il Dantès precedente e posteriore agli anni di prigionia, cancellando così il tema fondamentale della trasfigurazione fisica, dovuta sì al passare del tempo, ma anche al desiderio di vendetta a lungo covato. E anche l’interpretazione poco ispirata di Gérard Depardieu nei panni del protagonista in età matura sembra risentirne.

La trasposizione più recente, semplicemente Montecristo (Kevin Reynolds, 2002), ha invece i pregi e i limiti del cinema contemporaneo, primo fra tutti una regia più attenta a intrattenere che a creare significato. È bella invece l’idea di sottolineare molto più che altrove l’amicizia fra Mondego e Dantès, rendendo così struggente la loro rivalità. Ma se Guy Pearce è convincente nei panni del primo, Jim Caviezel come protagonista non è all’altezza del proprio compito.

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21 febbraio 2018

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