Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Trifena e Trifosa

Pur essendo un tratto tipico dell’apostolo Paolo l’invio di saluti nella parte finale delle sue lettere, l’elenco presente in Romani 16 è comunque insolitamente lungo. Dato che Paolo stava scrivendo a una comunità che non aveva fondato e che intendeva visitare (cfr. Romani 15, 33), ci si è talvolta chiesti come potesse di fatto conoscere così tante persone a Roma. Alcuni studiosi pensano che il capitolo 16 facesse originariamente parte di una lettera persa indirizzata agli Efesini; noi sappiamo che Paolo trascorse diversi anni a Efeso e che quindi doveva conoscere molto bene i membri della comunità efesina. Altri studiosi ritengono che l’elenco in Romani 16 includa anche persone che Paolo non conosceva direttamente. Ma tutto ciò non tiene conto della mobilità dei primi missionari cristiani. La maggior parte dei cristiani contemporanei è a conoscenza dei viaggi di san Paolo, e anche nel XXI secolo, quando spostarsi è diventato molto più facile grazie ai moderni mezzi di trasporto, la rete dei suoi viaggi appare impressionante. 

Non è stato però l’unico seguace di Cristo del primo secolo a viaggiare così tanto. Secondo gli Atti degli apostoli (18, 2), Paolo Incontrò Prisca e Aquila a Corinto, dove si erano trasferiti da Roma. Si trovavano a Corinto a seguito dell’editto di Claudio che ordinava agli ebrei di lasciare Roma. Più avanti però, nello stesso capitolo, Luca ci dice che la coppia era giunta a Efeso insieme a Paolo (cfr. Atti degli apostoli 18, 18-19). Molto probabilmente in seguito tornarono a Roma, ed è per questo che i saluti di Paolo In Romani 16 iniziano con quelli a Prisca e Aquila, ai quali era particolarmente grato (cfr. Romani 16, 3-4). È comunque plausibile che anche altre persone elencate in questo capitolo fossero a loro volta ebrei che avevano lasciato Roma a seguito dell’editto di Claudio e che Paolo aveva incontrato nel corso dei suoi viaggi. Altri potevano all’inizio aver proclamato il Vangelo in oriente, come Paolo, ma si erano poi trasferiti nella capitale prima di lui, o di propria volontà o portati lì dai loro padroni o da commercianti di schiavi, se erano schiavi. Sebbene in un’era precedente a quella mediatica la comunicazione non fosse immediata come lo è oggigiorno, Paolo era parte di una vasta rete formata dai primi cristiani missionari che mantenevano uno stretto rapporto tra loro, sapendo quanto il successo della loro opera dipendesse più dal lavoro di squadra che non dall’impegno individuale.

Particolare del sarcofago di Marcus Claudianus (330-335) con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento

L’elenco dei saluti in Romani 16 non è assolutamente una mera appendice alla lettera. È parte integrante dello scopo della lettera indirizzata alla città che Paolo Intendeva visitare; inviare saluti a persone che conosceva era infatti un modo per stabilire un contatto con la comunità. Inoltre almeno alcune delle persone che Paolo saluta dovevano avere una influenza tale sulla comunità locale da garantire l’effetto sperato. Ma i saluti in Romani 16 meritano attenzione non solo per il gran numero di persone a cui sono rivolti. Se includiamo Febe, raccomandata dall’autore nei versetti 1-2, in Romani 16, 1-16 sono menzionati diciannove uomini e dieci donne. Ma incredibilmente solo di tre uomini Paolo ci dice che hanno un ruolo nel servizio al Vangelo, e di questi tre due, Aquila e Andronico, sono citati insieme alle mogli, rispettivamente Prisca e Giunia. Solo Urbano è descritto come collaboratore (synergòs) di Paolo «in Cristo», al pari di Prisca e Aquila, ma senza un partner missionario.

Delle dieci donne, sette sembrano aver partecipato attivamente al servizio del Vangelo: Febe, Prisca, Giunia, Maria, Trifena, Trifosa e Perside. Di Trifena, Trifosa e Perside si dice esplicitamente che «hanno lavorato per il Signore»; a loro si aggiunge Maria, citata nel versetto 6, che «ha faticato molto» nel Signore.

Particolare del sarcofago di Marcus Claudianus (330-335) con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento

Il verbo greco kopiào appare cinquantuno volte nella Settanta (la traduzione greca delle Scritture ebraiche) e ventitré nel Nuovo Testamento, ed è in generale utilizzato in modo analogo nel greco non-biblico. È usato nel senso sia di «essere stanco, essere esausto» sia «di lavorare duramente, affaticarsi». In Giovanni 4, 6 viene riferito a Gesù, sfinito, stanco del viaggio, seduto accanto al pozzo di Giacobbe, dove lo incontra la samaritana. Nel Nuovo Testamento figura spesso nelle lettere di san Paolo, che più volte parla della propria opera apostolica come «fatica» ed esprime il suo timore che sia stata vana (cfr. Galati 4, 11; Filippesi 2, 16). Il contesto suggerisce che questa fatica apostolica riguarda il lavoro missionario dell’apostolo e quindi la proclamazione del Vangelo. Interessante notare che in 1 Tessalonicesi 5, 12 Paolo prega i suoi destinatari «di aver riguardo per quelli che faticano (kopiàntas) tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono». In questo caso quanti «faticano» nella comunità evidentemente hanno un ruolo guida e possono pertanto ammonire gli altri membri. Sarebbe forzato dire che kopiào divenne un termine tecnico per la prima attività missionaria cristiana ma, ciò premesso, è interessante notare come questo verbo appaia tre volte in Romani 16 in riferimento a donne che «lavorano», «faticano». Nessuno degli uomini citati nel capitolo viene caratterizzato in questo modo.

I nomi Triphaena e Tryphosa sono di origine greca. Entrambi sono ben attestati in fonti epigrafiche (iscrizioni) del i secolo e il primo si ritrova anche in diversi papiri. Tryphè in greco significa «morbidezza, delicatezza, finezza, sontuosità» e il verbo affine tryphào corrisponde a «vivere dolcemente, voluttuosamente, sontuosamente». C’è quindi un contrasto tra il significato del nome e l’idea di faticare «nel Signore» di chi li possiede. Il nome Tryphaena, o per essere più precisi Tryphaina (Tryphaena è una grafia latinizzata) era in origine associato alle regine e alle principesse della dinastia tolemaica, il che può aver contribuito alla sua popolarità in oriente. A volte nei commenti si legge che Triphaena e Tryphosa erano nomi tipici di schiave o liberte, e quindi anche le donne salutate da Paolo In Romani 16, 12 forse appartenevano a questa categoria sociale. Il che è piuttosto fuorviante: di fatto, mentre i nomi di altre persone menzionati in Romani 16 potevano essere tipici di schiavi (Ampliato, Erme, Perside o Nereo), Triphaena e Tryphosa erano nomi di donne di varie condizioni sociali e, soprattutto in oriente, anche di donne di ceto sociale elevato. Al tempo stesso, in un gran numero d’iscrizioni provenienti da Roma, questi due nomi si riferiscono a persone originariamente schiave. Alla luce di ciò, e basandoci su quel che sappiamo sulla composizione sociale del primo movimento cristiano, è quindi possibile che Trifena e Trifosa fossero schiave o liberte.

Non siamo comunque in grado di affermare con certezza qual era l’identità etnica di Trifena e di Trifosa. I nomi sono di origine greca ma nel i secolo non era raro per gli ebrei avere nomi greci, e anche i romani spesso davano nomi greci agli schiavi. Nel caso degli schiavi, i nomi, piuttosto che l’origine, potevano riflettere il gusto personale del padrone (o forse del commerciante di schiavi). In Romani 16 Paolo fa riferimento a tre persone — Andronico e Giunia nel versetto 7 ed Erodione nel versetto 11 — come suoi parenti (syngeneis), il che potrebbe far pensare che anche altri siano di origine gentile. E tuttavia, secondo gli Atti degli apostoli, Aquila era un «ebreo del Ponto»; di conseguenza, non possiamo essere certi che, a parte Andronico, Giunia ed Erodione, le altre persone menzionate in questo testo siano gentili. La lettera ai Romani, come tutte le altre lettere di Paolo, fu scritta in greco, e noi sappiamo che la lingua della cristianità romana nei primi due secoli rimase fondamentalmente il greco. Ciò fu in parte dovuto al fatto che molti seguaci di Cristo a Roma in quel periodo erano residenti di origine non romana. La maggior parte delle persone citate in Romani 16 era probabilmente originaria dell’oriente, il che vale anche per Trifena e Trifosa.

Che relazione c’era tra queste due donne? Alcuni commentatori le considerano sorelle, visto che i loro nomi hanno la stessa radice. Altri pensano che non ci sia alcun legame tra loro e Paolo le menziona insieme solo perché i loro nomi si somigliano. Quest’ultima ipotesi è piuttosto inverosimile, visto che in tutti gli altri casi, quando due persone vengono citate insieme in Romani 16, o sono una coppia missionaria (marito e moglie, secondo Atti degli apostoli 18, 2), come Prisca e Aquila, o sono parenti, come Rufo e sua madre o Nereo e sua sorella (che forse hanno anche lavorato insieme in una delle prime comunità cristiane, ma possiamo fare solo congetture al riguardo). Visto che Trifena e Trifosa sono presentate come persone che «lavorano nel Signore», la spiegazione più plausibile del perché Paolo le menzioni insieme è il loro «faticare» comune «nel Signore».

Che fossero sorelle, amiche schiave, forse affrancate insieme, o che si fossero incontrate in altro modo, rimarrà oggetto di speculazione. L’importante è che, ai tempi in cui Paolo stava scrivendo la lettera ai Romani, ossia tra il 55 e il 57, Trifena e Trifosa si trovavano entrambe a Roma come collaboratrici nel servizio del Vangelo.

In 1 Corinzi 9, 5 Paolo dà per scontato che i missionari hanno il diritto di essere accompagnati dalla propria moglie credente («che sia una sorella in fede»). Paolo non era sposato ma aveva collaboratori molto stretti, alcuni dei quali, come Timoteo, sono citati anche come coautori di alcune sue lettere. Siamo abituati a coppie di sposi missionari come Prisca e Aquila, ma in realtà la collaborazione nel proclamare il Vangelo includeva anche coppie di soli uomini o sole donne. Secondo gli evangelisti già Gesù inviava i suoi discepoli a due a due (cfr. Marco 6, 6-7; Luca 10, 1). È anche possibile che, dietro i racconti attorno a Marta e Maria (cfr. Luca 10, 38-42; Giovanni 11, 1 e 12,19), ci sia una tradizione su una prima coppia missionaria cristiana. Nella comunità fondata da Paolo, Evodia e Sintiche sono un esempio di una simile collaborazione al servizio del Vangelo (cfr. Filippesi 4, 2-3). Non sappiamo molto sullo status civile della maggior parte di queste donne, così come per la maggior parte degli uomini e delle donne menzionate da Paolo In Romani 16 o in altre lettere. Alcuni, seguendo l’esempio di Paolo, rimasero celibi, perciò l’avere un compagno affidabile nell’opera missionaria avrebbe offerto loro il supporto emotivo e pratico necessario e avrebbe contribuito a costruire un rapporto basato sulla fiducia.

Trifena e Trifosa non sono menzionate in nessun altro brano del Nuovo Testamento canonico. Nell’apocrifo del secondo secolo Atti di Paolo e Tecla, una certa regina Trifena, che presumibilmente risiedeva ad Antiochia di Pisidia, figura come protettrice e patrona di Tecla. Si dice anche che era parente dell’imperatore (cfr. Atti di Paolo e Tecla, 36). L’esistenza della regina Antonia Trifena nel primo secolo (circa 55), i cui figli, secondo antiche fonti, crebbero insieme a Caligola, è in effetti attestata in scritti di antichi storici e in iscrizioni. Risiedeva però a Cizico, e non ad Antiochia di Pisidia, ed era conosciuta come regina di Tracia e principessa del Bosforo, Ponto, Cilicia e Cappadocia. Non ci sono prove che sia diventata una seguace di Cristo e non c’è una vera base storica per gli episodi degli Atti di Paolo e Tecla in cui appare Trifena, anche se il personaggio può essere stato ispirato dalla consapevolezza dell’esistenza di una figura storica reale.

La suddetta tradizione è chiaramente posteriore e, come abbiamo visto, possiamo dire poco sull’origine e sull’identità di Trifena e Trifosa. Eppure il saluto di Paolo ci dice l’essenziale: facevano parte della prima generazione di seguaci di Cristo, mai troppo deboli per lavorare instancabilmente al servizio del Vangelo. È grazie a persone come loro che la comunità nella capitale dell’impero romano poté svilupparsi dinamicamente molto prima dell’arrivo di Paolo. Trifena e Trifosa, come le altre persone che Paolo saluta in Romani 16, ci mostrano quante donne e uomini contribuirono alla crescita di quella comunità. Dalla prima parte della lettera sappiamo anche che il suo sviluppo non fu privo di vicende dolorose e controverse. Inoltre la serie di saluti ci fa intuire quanto fossero sfocati, a metà del primo secolo, i confini tra missionari itineranti e quanti si occupavano di organizzare comunità locali.

In definitiva, il breve riferimento a Trifena e Trifosa in Romani (16, 12) ci ricorda i vincoli di affetto e di amicizia che dovevano legare le persone nella prima fase di diffusione del movimento cristiano. Potevano così aiutarsi e incoraggiarsi reciprocamente nell’impegno comune di portare la Buona Novella in tutti gli angoli dell’impero romano, e, una volta stabilitisi sul posto, partecipare attivamente alla costruzione di comunità ecclesiali locali. Non era certo un lavoro per pavidi.

di Dominika Kurek-Chomycz

L’autrice

Docente di Studi neotestamentari alla Liverpool Hope University, in Gran Bretagna, ha conseguito il dottorato in filosofia e il dottorato in teologia sacra presso l’università Cattolica di Lovanio, in Belgio. Ha pubblicato libri e numerosi articoli su autorevoli riviste accademiche internazionali. È membro del comitato redazionale del «Journal for the Study of the New Testament» e dirige come Executive Officer la European Association of Biblical Studies.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE