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Sete di pace

· ​Trent’anni dopo il primo incontro di Assisi ·

Trent’anni fa, il drammatico bisogno di pace per l’umanità ispirò Giovanni Paolo II a invitare leader religiosi e spirituali di tutto il mondo a una preghiera per la pace ad Assisi. Oggi, dopo trent’anni, il mondo non è cambiato; la violenza e l’odio continuano ad aprirsi la loro terrificante strada, crimini folli ci sconvolgono quotidianamente, giorno dopo giorno.

Nel nome di Dio, ci sono individui pronti ad avvicinarsi ad altri esseri umani per pugnalarli a morte. In molti posti nel mondo sono in corso guerre spietate, e la comunità delle nazioni mostra di essere del tutto incapace di arrestare questa tragedia. L’egoismo cieco ed esacerbato continua a essere il principale fattore alla base delle decisioni nella nostra realtà umana attuale.

Assisi 27 ottobre 1987

Persone che proclamano idee razziste e fortemente nazionalistiche e segregazionistiche occupano posizioni di leadership in paesi con una democrazia ben consolidata, come anche in altri che stanno istituendo una realtà democratica. L’incertezza riguardo al futuro, la mancanza di norme etiche chiare rispettate da popoli e nazioni, costituiscono lo sfondo migliore per l’ascesa di leader demagogici e corrotti, che impongono realtà demenziali tra il loro popolo e i loro paesi.

Trent’anni dopo il primo incontro di Assisi non possiamo affermare che l’umanità abbia cambiato il suo atteggiamento in modo sostanziale, ma la voce che chiede giustizia, pace e amore tra la gente che si è alzata allora non è stata messa a tacere, e il fuoco spirituale acceso in quella occasione ci riunisce ancora oggi.

Per quanti credono nel Dio biblico trascendente, fare pace e perseguire la pace è una delle sfide più importanti che Dio pone a ogni individuo. Nel libro dei Salmi (34, 12-15) leggiamo: «Venite, figli, ascoltatemi; v’insegnerò il timore del Signore. C’è qualcuno che desidera la vita e brama lunghi giorni per gustare il bene? Preserva la lingua dal male, le labbra da parole bugiarde. Sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca la pace e perseguila».

Anche l’umanesimo intellettuale che ha segnato la cultura europea a partire dal Settecento aveva tra le principali sfide quella di creare la pace, che avrebbe dovuto e doveva essere ottenuta mediante un processo intellettuale. Nel 1932 l’Istituto internazionale della cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni, allora appena creato, propose ad Albert Einstein di mantenere uno scambio epistolare con un personaggio di sua scelta per analizzare un argomento da lui stesso individuato. Questi indicò Sigmund Freud, il tema scelto fu «Esiste un modo per liberare l’umanità dalla minaccia della guerra?» e il carteggio venne pubblicato nel 1933 a Parigi con il titolo Warum Krieg? («Perché la guerra?»).

Einstein esamina il problema della violenza o degli impulsi distruttivi nell’essere umano da diverse prospettive. Parte dall’organizzazione politica del mondo e dai trattati volti a evitare conflitti internazionali. Una volta dimostrata la loro fragilità, finisce con il domandare come si possono dominare gli impulsi distruttivi che fanno parte della natura della psiche umana. Einstein scrive a Freud nella speranza di ricevere da lui una qualche risposta che consenta di sviluppare un modo per costruire un uomo civile, che aborra la violenza. La risposta di Freud non è ottimistica. Evidenzia l’importanza degli impulsi per l’essere umano, l’impulso della vita e quello della morte, èros e thànatos. Freud conclude che l’essere umano può acquisire, mediante un processo di incivilimento, gli strumenti che gli consentono di dominare thànatos. D’altro canto, però, sottolinea i grandi problemi che tale processo comporta.

Nel mondo di Freud e di Einstein, la presenza di un Dio trascendente non esiste. Cultura e civiltà sono ridotte a una decisione umana. Al di là della cerchia intima familiare dell’individuo e della società di cui fa parte, non esiste un altro essere che esiga da lui un comportamento di giustizia e di misericordia.

Freud conclude la sua lettera a Einstein dicendo: «Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori — un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura — ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra».

Ottantaquattro anni dopo la formulazione di questi concetti nella risposta di Freud a Einstein, l’«atteggiamento più civile» dell’uomo sembra di per sé evidente, ma non altrettanto la forza necessaria per dominare i suoi impulsi distruttivi. D’altro canto, la paura delle conseguenze sul futuro non è mai stata un vero deterrente contro la violenza e la guerra in passato, così come non lo è nel presente.

L’unica via, secondo la visione biblica dell’essere umano, è dominare le pulsioni distruttive rendendole costruttive, è realizzare un lavoro spirituale nel profondo di ogni individuo. L’umanità ha un bisogno immenso di paradigmi di onestà, integrità, giustizia e misericordia. La voce della morale deve occupare molto più spazio nei media. Ogni forma di aggressività e di attività terroristiche deve essere condannata senza esitare. Per coloro che davvero vorrebbero fare qualcosa d’importante per avvicinare la pace alla realtà umana, l’indifferenza e la mancata partecipazione alla sofferenza del prossimo devono essere considerati un peccato.

Una cultura senza la presenza di un Dio di giustizia esigente, dove le regole e i valori da rispettare nel comportamento sono una questione di relativismo, non sarà in grado di sviluppare una vera realtà di pace.

Dal Levitico (19, 2) apprendiamo una cosa molto importante sui requisiti per costruire una società di pace e di spiritualità: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo». Mosè, e certamente molti altri tra il popolo d’Israele, sapevano che cos’erano la purezza e la santità. La grande guida dei figli d’Israele ha avuto un dialogo unico con Dio al tempo in cui egli aveva bisogno di affidare a Mosè la missione di trasformare tutto il popolo d’Israele in una società di persone sante. La ragione è che non basta la presenza di un certo numero di persone virtuose per assicurare la realtà della pace. La condizione necessaria, ma non sufficiente, per costruire la pace è avere popoli, società, dove la maggioranza degli individui cerca la pace.

Trent’anni fa persone profondamente spirituali si sono riunite ad Assisi per coinvolgere molti altri nell’impegno di allargare la sfida di operare per la pace. Sapevano che nella loro solitudine potevano sì avvicinarsi a Dio, ma non potevano adempiere alla missione che l’onnipotente aveva indicato loro come guide spirituali. Trent’anni dopo il mondo continua a essere pieno di ombre di odio, fanatismo, demagogia e crudeltà. Ma nonostante tutto, sono stati raggiunti alcuni obiettivi molto importanti, il messaggio biblico è stato trasmesso, la millenaria speranza di pace, che è al centro della fede ebraica, cristiana e islamica, continua a palpitare nel cuore di molti.

di Abraham Skorka

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