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Trenta personaggi in cerca di Mole

· «I Torinesi» aprono un tour editoriale tra le città italiane ·

Oggi come oggi i libri dedicati alle città italiane sono molti, meno quelli dedicati ai cittadini delle medesime. Da quando lo spirito del “territorio” ha assunto o ripreso l’importanza di un tempo — per risalire al quale bisogna tornare ai comuni — le pubblicazioni che descrivono in toto o in parte le città, i loro quartieri, la loro storia eccetera, hanno cominciato ad affluire nelle edicole e sugli scaffali delle librerie. Non così invece per quanto riguarda i testi rivolti ai protagonisti delle città. È allo scopo di colmare questo vuoto e per rispondere al fermento nazionalistico suscitato dai centocinquanta anni dell’unità d’Italia che prende vita una bella iniziativa editoriale.

È di questi giorni, infatti, l’uscita in libreria de I Torinesi di Osvaldo Guerrieri (Milano, 2011, pagine 368, euro 17,50), primo titolo che inaugura l’originale collana di testi voluta dall’editore Neri Pozza. Testi dedicati ad alcune città italiane viste però attraverso i protagonisti di ieri e di oggi che ne hanno interpretato meglio lo spirito, il genius loci e l’anima. Così almeno a giudizio degli autori che non sono degli storici quanto degli scrittori. Al primo della serie, I Torinesi , seguiranno I Napoletani di Francesco Durante, I Siciliani di Alfio Caruso, I Romani di Sandra Petrignani, I Milanesi di Antonio Franchini.

La prima osservazione che viene in mente è quella di chiedersi perché il criterio della città ha prevalso su quello della regione. Da cui la domanda: perché i torinesi e non i piemontesi? Perché i milanesi e non i lombardi? Perché i napoletani e non i campani? E perché, all’opposto, i siciliani e non i palermitani o i catanesi? Questione spinosa, a cui non si può dare una risposta sufficiente se non quella offerta dal testo di Guerrieri che ha interpretato la torinesità elasticamente facendo riferimento sia all’origine dei protagonisti che alla sede di lavoro.

In questo senso egli ha inserito nell’elenco dei torinesi sia personaggi piemontesi come l’architetto Alessandro Antonelli di Novara, l’industriale Francesco Cirio di Nizza Monferrato, Vincenzo Lancia proveniente dalla Valsesia, che personaggi diventati torinesi come il pittore Felice Casorati originario di Padova. Ma non ha escluso dalla torinesità l’inventore della penna a sfera Marcel Bich, il finanziere Riccardo Gualino, lo scrittore e regista cinematografico Mario Soldati, il musicista e cantante Fred Buscaglione, l’allevatore di cavalli Federico Tesio e l’ergastolana Rosa Vercesi, per il fatto di aver costoro trascorso buona parte della loro vita lontano dalla città di origine. Per chiarire il concetto, faccio presente per inciso e uscendo dal confine del testo di Guerrieri che sui binari torinesi degli Arrivi e delle Partenze si incontrino, tra i primi, personaggi come Cesare Lombroso, Emilio Salgari, Arrigo Cajumi, don Ciotti e Franco Lucentini, diventati torinesi senza esserlo, mentre sulla banchina delle partenze si incontrino Piero Sraffa, Giovanni Arpino, Furio Colombo, Alessandro Baricco, Carlo De Benedetti e Vittorio Ghidella che restano torinesi ancorché se ne siano andati. Il fatto è che la mobilità contemporanea rivoluziona i vecchi criteri di appartenenza.

Tornando a I Torinesi , va segnalata la selezione attuata dall’autore. L’esclusione di nomi celebri come Cesare Pavese, Vittorio Valletta, Norberto Bobbio, Giulio Carlo Argan — tanto per citare alcuni dei protagonisti trascurati per eccesso di notorietà — ha dato spazio a new entries come Erminio Macario, Fred Buscaglione, Gustavo Rol, il bandito Pietro Cavallero, il pomologo Garnier Valletti, il produttore cinematografico Arturo Ambrosio e Lenci, quella delle bambole.

Data per scontata la sua esistenza, si scopre che la torinesità ha anche una data di origine e un fondatore da riconoscersi nella personalità del torinesissimo Cavour, il quale nelle parole di Guerrieri «ha ufficializzato agli occhi del mondo l’esistenza di Torino e dei torinesi» prima di lui «un’insignificante e mal conosciuta espressione geografica». Resta tuttavia da definire in che cosa consiste questa torinesità di cui si parla, che cosa fa dei torinesi dei torinesi , che non sia la provenienza geografica, come succedeva nei riguardi dei membri torinesi della banda Cavallero quando cominciarono a compiere rapine in Lombardia e dalla polizia milanese venivano chiamati “i torinesi” per distinguerli dai marsigliesi. Forse perché non è torinese di origine, l’autore non dice che cosa sia la torinesità. Preferisce procedere nel raggruppare i suoi protagonisti in categorie omogenee adatte a mettere in risalto alcune caratteristiche dominanti come la capacità di fare politica, o di prestare attenzione al prossimo (i santi sociali), o di innovare il lavoro (l’industria), o di fare spettacolo e sport (il calcio), o di essere eccentrici, come Giulio Einaudi e Gianni Agnelli, nella città per altro “della norma” come l’ha definita Vittorio Messori.

Fermo restando che il torinese non è un’etichetta, ma un’indole che si evolve nel tempo, per esempio nella lingua e nella parlata, direi che l’essere torinese richiede di non farlo, come succede invece con altri tipi italiani. In questo senso la torinesità sarebbe più un fenomeno di sottrazione che di esibizione. Non è un caso che Giovanni Bosco viene chiamato semplicemente don Bosco e non san Giovanni Bosco. Forte della sua esperienza di critico teatrale, l’autore evita l’effetto “garzantina”. Il racconto dei suoi trenta personaggi di cui quattro donne distribuito su trecentosessanta pagine si muove, infatti, su un palcoscenico variopinto e animato da circa settecento comparse dal quale non mancano tuttavia la sensibilità e l’attenzione alla fine delle cose e delle persone: una lieve tanatologia torinese dunque, che va dai solenni funerali di Cavour all’addio cittadino alla figura di Gianni Agnelli, senza escludere dal ritratto delle tante vite il momento segreto dell’ultimo atto.

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21 settembre 2019

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