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Tredici maggio (1939)

· ​Il viaggio disperato della «nave dei dannati» ·

È il tredici maggio: tra saluti e sorrisi parte da Amburgo la nave «Saint Louis». A bordo ci sono 937 passeggeri, quasi tutti ebrei. La destinazione è Cuba. In Europa, anno 1939, la Germania è ormai pronta alla guerra, l’operazione in Polonia è imminente. L’aria, per gli ebrei, è diventata irrespirabile. In molti intravedono l’incubo che di lì a poco si sarebbe materializzato. E il viaggio sulla Saint Louis non è in realtà una crociera di primavera: gli ebrei non sono turisti, come invece recita il visto per l’imbarco. Sono di fatto dei richiedenti asilo, a fronte delle persecuzioni naziste che si fanno di giorno in giorno più pesanti.

Passeggeri della Saint Louis

L’isola caraibica rappresenta la meta ideale. Cuba, il cui presidente è Federico Laredo Brú, nazionalista, uomo di Fulgencio Batista, ha una legislazione che prevede trattamenti diversi per turisti e rifugiati. Questi ultimi possono sbarcare solo a fronte del pagamento di 500 dollari. Una tassa sulla disperazione. Però, come spesso accade, la creatività degli sciacalli è rozza, approssimativa. Non ci sono elementi che consentano di distinguere con esattezza chi è a Cuba per sfuggire alla morte o chi arriva per prendere il sole. Così in molti, a bordo della Saint Louis, sperano di essere in grado di sbarcare, nonostante non abbiano il denaro sufficiente.

Solo che per gli ebrei l’aria, oltre che in Germania, sta diventando irrespirabile un po’ ovunque. A Cuba i nazionalisti la fiutano e provvedono subito a mettere riparo alla lacuna normativa. Così, in mezzo all’oceano, i 937 passeggeri cambiano di colpo status: non più turisti ma rifugiati a tutti gli effetti. Il che, pur rispondendo alla realtà, non ne migliora le chance di sbarco. È accaduto che gli zelanti funzionari cubani con un colpo di penna hanno stabilito che i documenti presentati dai viaggiatori della Saint Louis al loro imbarco ad Amburgo non sono più validi per mettere piede sul suolo caraibico. Porti chiusi, insomma. Comincia così il “viaggio dei maledetti”, l’odissea dei 937 rifugiati che nessuno voleva. Pagina nera fra le molte altre che raccontano il secondo conflitto mondiale, prova dell’ingiustificabile indifferenza delle democrazie occidentali di fronte alla minaccia del totalitarismo. La Saint Louis, fortunatamente, non è una nave malridotta. Appena varata in Germania, lunga oltre 100 metri, la sua costruzione è un altro fiore all’occhiello dell’industria tedesca, la cui efficienza il nazista Goebbels sta propagando con indiscutibili risultati. Per sette giorni, con il suo carico di uomini, di donne e di bambini, staziona nelle acque dell’Avana, mentre il comandante della nave, Gustav Schröder, tratta con le autorità. Alla fine riescono a sbarcare solo in 29. Per gli altri non c’è niente da fare.

A poche miglia di distanza c’è la Florida. Negli Stati Uniti guidati da Franklin Delano Roosevelt, dal 1924 è in vigore l’Immigration Act, con il quale si sono stabilite limitazioni al numero dei migranti da accogliere. Quell’anno però dalla Germania sono arrivate già 27370 persone, il massimo consentito. In teoria sarebbe possibile derogare alla quota per ragioni umanitarie. È la strada che si cerca di percorrere. Sembra che dalla nave parta un telegramma diretto a Washington. Si saprà poi di complicate conversazioni telefoniche tra il segretario di Stato Cordell Hull ed il segretario del Tesoro Henry Morgenthau con Roosevelt, il quale sembra voglia convincere Cuba a far sbarcare gli ebrei. Di sicuro dalla capitale, in apparenza, tutto tace. Del resto è difficile fare leva sui sentimenti umanitari di fronte a persone che non si presentano in cattive condizioni: non hanno valige di cartone, non sono sporchi. Sono invece istruiti, in buona salute. In piena campagna antisemita sono circostanze che non depongono a favore. L’effetto è inevitabile: porti chiusi anche negli Stati Uniti. Sulla nave intanto si comincia a disperare. All’euforia mista alle preoccupazioni che accompagna il viaggio verso una nuova vita, subentra il duro confronto con la realtà. Ogni giorno che passa allontana dall’approdo. La tensione a bordo cresce. I ricordi risalenti ad appena sei mesi prima, alla Notte dei cristalli, sono ancora estremamente vividi. Molti ricorrono alla preghiera. Il comandante Schröder, che non è ebreo, in segno di rispetto fa rimuovere il ritratto di Hitler dalla sala dove si riuniscono i passeggeri. Un altro tentativo viene fatto con il Canada: a due giorni di navigazione c’è il porto di Halifax. Il premier è il liberale William Lyon Mackenzie King. Non proprio ben disposto nei confronti degli ebrei, anche grazie ai sussurri nell’orecchio di alcuni suoi più stretti collaboratori. Fra questi Frederick Blair, diventato nel 1936 direttore dell’Ufficio immigrazione. In una conversazione con il sottosegretario di Stato per gli Affari esteri Oscar Skelton spiega che nessuno stato «potrebbe aprire le proprie porte a un numero indefinito di ebrei che lasciano l’Europa. Una linea a un certo punto bisogna tirarla». Tuttavia, Blair passerà alla storia per un’altra frase. Interpellato su quanti ebrei il Canada, secondo lui, avrebbe potuto accogliere, risponde così: «None is too many» (Nessuno è troppo). A favore dell’accoglienza si schierano invece alcuni intellettuali e leader religiosi. Non basta. King teme manifestazioni di piazza, perché la gente è alle prese con la crisi economica, con gli effetti perduranti della Grande Depressione. Anche Halifax chiude il porto.

Quella che ormai è per tutti «la nave dei dannati» a questo punto è diventato un problema internazionale. Ora la reclama indietro pure la Germania, per il timore che la vicenda rischi di minarne il prestigio. Il comandante medita di far arenare la nave sugli scogli della costa britannica, per appellarsi alle norme che il diritto della navigazione impone di rispettare in presenza di un naufragio. La situazione a bordo è ormai insostenibile. Il ricordo dei visi allegri della partenza e dei saluti gioiosi sulla banchina del porto di Amburgo diventa sempre più sbiadito. Un passeggero tenta il suicidio. Vene sedato a fatica un tentativo di rivolta.

Si è giunti ormai a giugno. I governi europei, alle prese con le decisioni fatali che condurranno alla guerra, cercano di trovare una soluzione qualsiasi, pur di liberarsi della Saint Louis. Alla fine, il 17 giugno, la nave, dopo febbrili trattative, sbarca ad Anversa, in Belgio, 619 passeggeri. Altri vengono distribuiti tra Regno Unito, Francia e Olanda. In 250 moriranno nei mesi seguenti, secondo alcune stime. Molti nei campi di concentramento, dopo essere stati fatti prigionieri nei territori sotto occupazione nazista. Al di là del mare, qualcuno aveva tracciato un linea.

di Marco Bellizi

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