Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Tre volte vittime

· Riflessione del vescovo di Ventimiglia - San Remo sul fenomeno migratorio ·

Imperia, 20. «L’esperienza dell’emigrazione è dolorosa per ogni uomo; soffre chi è costretto a lasciare la famiglia, la casa, la terra, abbandonando affetti, costumi, lingua, cultura e tradizioni che compongono la propria identità; soffre la famiglia privata di un suo componente e smembrata; soffre la terra depauperata spesso delle sue risorse migliori. A ciò si affiancano le difficoltà dei popoli occidentali nel realizzare una difficile integrazione, spesso preoccupati — non sempre senza ragione — di preservare la loro sicurezza e la loro identità culturale e religiosa. Le lacrime dei tanti giovani immigrati che ho incontrato in questi anni danno ragione della complessità della vicenda». È appunto una vicenda complessa, che ha bisogno di profonda riflessione, quella che il vescovo di Ventimiglia - San Remo, Antonio Suetta, affronta in un documento con il quale risponde ai firmatari della “Lettera ai vescovi italiani”, scritta da un gruppo di presbiteri e laici affinché i presuli intervengano sul «dilagare della cultura intollerante e razzista».

Nella lettera, monsignor Suetta si sofferma su un aspetto a volte sottovalutato: «La separazione e lo smembramento delle famiglie» dovuti all’emigrazione rappresentano «un grave problema per il tessuto sociale, morale e umano dei paesi d’origine. L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente». Per questa ragione, oggi, «mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare”, di vivere nella propria terra e di offrire là dove si è nati il proprio contributo al miglioramento sociale».

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE