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Tre secoli di parole

· Presentata la nuova edizione del «Diccionario de la Lengua Española» ·

Un’immagine di Cervantes

«Ogni voce è uno scandaglio in cui si sente battere il polso della storia» scrive Javier Ors sul quotidiano «La Razón», nel dossier dedicato ai primi trecento anni del Dizionario della Reale Accademia spagnola.
Le parole sono sempre state testimoni privilegiate delle passioni, delle illusioni, dei successi e degli insuccessi dell’uomo, continua Ors nell’articolo pubblicato il 5 ottobre scorso «e per questo la presenza o l’assenza di un termine in un dizionario è una eccezionale fonte di informazione sulle inquietudini e sui diversi modi di pensare che hanno plasmato i secoli». E la collezione completa di queste opere — nel caso della Spagna, dal 1726, anno dell’ uscita del primo volume, comprendente le lettere A e B del Diccionario de Autoridades fino ad oggi — rappresenta un affascinante viaggio nel tempo attraverso pregiudizi ed errori, ma anche conquiste del pensiero. In questi volumi sopravvivono antichi lemmi come “abada”, che significa “rinoceronte” e riporta il lettore ai tempi di Francesco ii, quando i madrileni videro per la prima volta questo strano animale esotico aggirarsi per le strade della loro città, o “coleto” un indumento di pelle che portavano i soldati dell’esercito nel xvi e xvii secolo. Le parole “bacilo” e “bacteria” non compaiono prima del 1853, documentando una rivoluzione copernicana in corso nella medicina, mentre oggi fanno il loro ingresso espressioni legate al mondo digitale come “tuitear”, “tableta” e “bloguero”.
Lo spagnolo si è evoluto; è la seconda lingua di comunicazione internazionale, e questo è una marcia in più non solo per la cultura ma anche per l’economia, hanno ribadito il re Felipe e sua moglie Letizia presentando ufficialmente la ventitreesima edizione del Diccionario de la lengua española, frutto di tredici anni di lavoro

di Silvia Guidi

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14 ottobre 2019

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