Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Tre mondi per un solo Samuel

· Storia di un ebreo marocchino nell’Europa del Seicento ·

È una storia romanzesca, anche se minuziosamente ricostruita su fonti ineccepibili, quella che la storica spagnola Mercedes García-Arenal e lo storico olandese Gerard Wiegers rievocano in L’uomo dei tre mondi. Storia di Samuel Pallache, ebreo marocchino nell’Europa del Seicento (Roma, Viella, 2013, pagine 260, euro 26). Dal Marocco, suo Paese natale, al mondo protestante della giovane Repubblica olandese, a quello cattolico della Spagna di Filippo III, a cui brama invano di tornare, lui figlio degli esuli del lontano 1492; a quello musulmano, da cui si sente protetto, a quello dei moriscos che con gli ebrei dividono la dura condizione di esuli. Simbolicamente, questi mondi Pallache li attraversa tramite il suo ruolo di traduttore e attraverso il ricorso a finzioni e duplicità, sia pur senza mai rinnegare la sua condizione di “ebreo pubblico”, mai passato cioè attraverso la soglia del battesimo. Fisicamente, poi, Pallache attraversa continuamente la frontiera rappresentata dal Mediterraneo, naviga più e più volte dall’Olanda al Marocco, commerciando, esercitando la guerra di corsa e assalendo i bastimenti. Finisce processato a Londra per pirateria, per tornare infine in Olanda, assolto ma in rovina, solo per morirvi pochi mesi dopo ed essere sepolto nel cimitero ebraico di Ouderkerk, accompagnato dai più alti dignitari della Repubblica olandese.

Una storia straordinaria ma molto simile a tante storie di altri uomini del suo tempo, ebrei o marrani, moriscos o cristiani rinnegati, costretti a mantenere più religioni, a cambiar faccia e abito ogni volta che passavano una frontiera diversa. Pallache si distingue però da quanti avevano abbandonato la religione dei padri per adottarne più o meno a forza un’altra, pronti a tornare alla prima non appena tempi e luoghi lo consentissero: ebreo barbaresco, nato a Fez da una famiglia di origine spagnola, mantiene sempre fede alle tradizioni della sua religione.

Non è simpatico, e non sembra simpatico nemmeno ai suoi biografi. È uomo essenzialmente duplice, come i suoi contemporanei amano mettere in luce, riprendendo i vecchi tòpoi antiebraici che sopravvivevano vitali anche nella liberale Repubblica delle Province Unite. Di una duplicità che appartiene però alla sua epoca, l’epoca della dissimulazione, anche se lui per tutta la vita è sul crinale fra dissimulazione onesta e disonesta. È anche, con la sua molteplice identità, un uomo che arriva, come molti dei portoghesi suoi contemporanei, ad adottare un atteggiamento scettico verso ogni religione positiva, a crearsi una religione del tutto interiorizzata. Condivide, forse, con quegli sprezzanti marrani portoghesi l’esito di quel passaggio fra le religioni che lui non aveva mai realizzato, se anche era arrivato a immaginarlo: l’esser cioè individuo nel senso moderno del termine e dialogare, come concludono gli autori, solo con la propria coscienza.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE