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Gialli romani

· Esce la terza indagine dell’ispettore Sangermano, laico consacrato che vive in una parrocchia ·

Ha un’eco di padre Brown il singolare ispettore Sangermano, nato dalla penna di Marco Di Tillo, la cui terza indagine, ambientata a Roma e intitolata Il palazzo del freddo (Cagliari, Arkadia, 2017, pagine 200, euro 16), esce il 6 novembre. Quell’«animo di poeta» e quel «cuore di fanciullo», caratteristiche del celeberrimo eroe di Chesterton, sono infatti anche nel protagonista dei primi due gialli (sempre editi da Arkadia, rispettivamente nel 2013 e nel 2014), Destini di sangue e Dodici giugno. 

Marcello Sangermano è infatti un laico consacrato, che vive in un parrocchia a Roma — «la mia casa», come tiene a precisare — e la cui vita è stata drammaticamente segnata non ancora ventenne, quando la sua coetanea fidanzata morì per una overdose di eroina. In Marcello quel dolore aveva generato la volontà di combattere il male aiutando in particolare i tossicodipendenti, gli sbandati, gli emarginati, secondo l’insegnamento di Cristo. Pur nel vortice di un’indagine, l’ispettore non perde mai di vista la missione di dare ascolto e prestare soccorso a chi è nel bisogno.

«Il concorso in polizia — si legge in una pagina di Destini di sangue — era stato quasi casuale. Ma una volta dentro aveva capito che poteva fare del bene anche nel suo lavoro». Per seguire la propria vocazione c’è chi si sposa, chi rimane celibe, chi abbraccia la vita religiosa. Lui era diventato un poliziotto. E l’animo di poeta e il cuore di fanciullo descritti da Chesterton si manifestano soprattutto quando l’ispettore, pur nel pieno di un’indagine, si lascia trasportare dai ricordi, rivolti spesso agli anni vissuti al liceo Virgilio, tra partite di calcio e appuntamenti con le ragazze, prima di quel tragico avvenimento.
Ma la sua non è mai una rievocazione che resta in superficie, perché il recupero grazie alla memoria si lega alla consapevolezza del male che troppo di frequente si annida nella vendetta: e così passato e presente, nel dipanarsi di un’indagine che mette a nudo anche i sentimenti meno confessabili dei diversi personaggi, finiscono per fondersi generando una comédie humaine ricca di chiaroscuri.
Ed è proprio la vendetta a configurarsi come il movente di brutali delitti che nei due gialli provocano una scia di sangue, una scia che contamina anche persone buone e innocenti. Il primo libro è ambientato a Roma, e Sangermano, ispettore dell’Unità operativa per i crimini seriali (Uocs), si trova a indagare in un mondo torbido, percorso da basse passioni, per fare luce su una vicenda imperniata su un sadico assassino. Il secondo, più articolato e meno agile del primo, ha come centri focali Roma, Viterbo e la Sardegna: il tutto parte dall’omicidio di un giovane seminarista perpetrato nel Seminario romani. E qui, in Dodici giugno, la vendetta scatta da un «tragico errore» di valutazione, che trasformerà da carnefice a vittima colui che l’ha consumata.
È da riconoscere all’autore il merito di non aver fatto di Sangermano una figura stilizzata e senza pecche che l’avrebbe resa distante dal lettore, e in definitiva poco simpatica. Il suo linguaggio talora corrivo, a sottolineare imprevisti e intoppi, e il desiderio, subito domato, di dare qualche sacrosanto scappellotto, servono a modellarlo come un uomo normale, caratterizzato comunque da un fortissimo senso etico. Quando, in Destini di sangue i suoi superiori lo invitano a inventarsi temporaneamente un colpevole per tenere buona la stampa e l’opinione pubblica, Sangermano, che come il Maigret di Simenon, ma senza la pipa, ama fare lunghe passeggiate per schiarirsi le idee, taglia con nettezza: «Forse io non sono Sherlock Holmes, però sono una persona seria. E la gente per bene non la rovino. Se volete togliermi il caso e affidarlo a qualcun altro, siete padroni. Buongiorno, signori».

Un tratto comune ai due gialli finora pubblicati è la vena ironica, velata o scoperta, nel tratteggiare le figure che si muovono attorno all’ispettore: fra queste spiccano il parroco della parrocchia dove Sangermano vive, il pragmatico e bizzarro don Pietro, e la bella e da tutti corteggiata Silvia Fedele, la viceispettrice psicologa dell’Uocs, tanto segretamente innamorata di Marcello quanto infuriata per non poterlo conquistare in quanto inaccessibile per la scelta di laico consacrato, il primo originale protagonista di una serie di gialli.

di Gabriele Nicolò

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