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Trappola mortale d’acqua, fuoco e indifferenza

· Quasi cento morti e duecentocinquanta dispersi ·

In una trappola mortale di fuoco e di acqua si è consumata poco prima dell’alba di oggi una delle più gravi tragedie delle migrazioni in Mediterraneo. A circa mezzo miglio marino al largo di Lampedusa è scoppiato un incendio su un’imbarcazione in difficoltà. Mentre sono tuttora in atto i soccorsi in mare, le conseguenze della sciagura si prospettano terrificanti. Sono stati finora recuperati i corpi senza vita di 94 persone, compresi una donna incinta e quattro bambini, uno dei quali di apparente età di meno di tre anni. Secondo i 151 superstiti tratti in salvo, sull’imbarcazione c’erano oltre cinquecento persone. Ne risulterebbero dunque disperse più di duecentocinquanta.

Sembra che le fiamme si siano propagate da una coperta incendiata dai naufraghi per attirare l’attenzione di un peschereccio non distante. Ma a questa trappola la casualità concorre solo in parte. Ci sono scelte precise, nazionali e internazionali, in quella che Papa Francesco ha chiamato globalizzazione dell’indifferenza, all’origine di una strage che si ripete da almeno un ventennio, periodo in cui il Mediterraneo è diventato tomba di venticinquemila persone, contando solo le vittime accertate.

«È un orrore», ha ripetuto più volte tra le lacrime il sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, assistendo sul molo Favarolo all’arrivo delle barche cariche di cadaveri. In un messaggio al Governo — che riferirà al più presto alle Camere, come comunicato in mattinata da Palazzo Chigi — il sindaco manifesta il suo «cordoglio per le centinaia di vite spezzate alla ricerca di un futuro migliore proclamando per domani il lutto cittadino», e aggiunge che «accanto al profondo dolore, c'è lo sgomento e la rabbia per l’atteggiamento delle istituzioni italiane e dell’Europa che continuano a considerare il fenomeno dei migranti come un’emergenza» e non come una realtà epocale da affrontare con politiche lungimiranti di accoglienza e di cooperazione internazionale.

Proprio oggi, in un messaggio inviato al direttore della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, in occasione della presentazione del rapporto Italiani nel Mondo 2013, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano aveva ricordato la recente vicenda di Scicli, nel ragusano, con «tredici morti vittime di criminali scafisti». Secondo Napolitano, ciò «scuote le nostre coscienze e impone a noi tutti di porre in essere le misure necessarie per evitare il ripetersi di queste tragedie. Il drammatico crescere di fenomeni di fuga da Paesi in guerra e da regimi oppressivi ci obbliga ad affrontare specificamente con assai maggiore sensibilità i problemi di una politica dell’asilo».

Di «una notizia che fa sorgere sentimenti di tristezza e indignazione perchè non possiamo continuare a contare morti come se fossimo semplicemente testimoni» ha parlato monsignor Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della commissione Cei per le migrazioni oltre che della fondazione Migrantes. «Si parla sempre di emergenza — ha detto — ma forse dobbiamo cambiare il senso di questa parola. Questa è storia, la storia di ogni giorno, è quella storia dove vediamo nei volti di bambini, di donne. Non possiamo fare gli spettatori».

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