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Vedere nel nemico il fratello

· ​Nel racconto "Lo sconosciuto" di Irène Némirovsky ·

Se dovessi suggerire un libretto da offrire in lettura ai ragazzi dell’ultimo anno delle superiori segnalerei senz’altro il racconto Lo sconosciuto di Irène Némirovsky, appena ripubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna. In una trentina di pagine la meravigliosa scrittrice francese riesce a rappresentare il mondo della prima e della seconda guerra mondiale e a descrivere la ferocia e l’inutilità della guerra. Protagonisti sono due fratelli che, nel maggio 1940, mentre le truppe tedesche hanno cominciato a invadere il Benelux, si ritrovano in una stazione nel nord della Francia pronti per andare al fronte. Qui trovano riparo per la notte tantissimi profughi (uno scenario simile a quello raccontato in Suite francese), ma la svolta della narrazione avviene nel dialogo che si sviluppa fra i due soldati. Il più anziano dei fratelli, Claude, rivela al più giovane, François, di essersi già scontrato con i tedeschi lungo la linea Maginot nell’inverno precedente e, durante un perlustramento notturno, di aver ucciso un giovane militare nazista. Frugando nel suo portafoglio, aveva trovato una fotografia del padre e della madre e ne era rimasto choccato. Non aveva avuto difficoltà a riconoscere nell’uomo proprio suo padre, dato per disperso durante il primo conflitto mondiale. Entrambi, e con loro la madre, dopo averlo atteso per lungo tempo si erano rassegnati e avevano pensato fosse morto. Ora invece la rivelazione: egli era sopravvissuto e aveva scelto di restare in Germania, dove si era fatto un’altra famiglia. Il soldato che Claude ha ucciso con le proprie mani non era altro che un terzo fratello! «Non ci si pensa mai — disse François a bassa voce — ma con i quattro anni dell’altra guerra, l’invasione, poi le nostre truppe sul Reno, dei fratelli hanno dovuto già trovarsi gli uni contro gli altri in campi nemici». 

Irène Némirovsky

Il nemico che uno si trova davanti non è altro che un fratello: è questo quel che ci vuol dire la Némirovsky. Commenta nella sua lucida nota di lettura al libretto il biblista Jean-Louis Ska: «Se tutti avessero sentito la voce di cui parla il filosofo Emmanuel Lévinas nel suo libro Totalità e infinito, la voce dell’Altro che sempre si rivela con l’ordine: “Non ucciderai”, la guerra sarebbe finita lì».
Per chi ama la filologia, Lo sconosciuto era già apparso nel volume Sortilegio uscito da Passigli nel 2013, una raccolta di nove racconti fra i più celebri di Irène, e la pubblicazione originale era avvenuta sul settimanale “Gringoire” l’8 agosto 1941. E ora è contenuto anche nel libro Tutti i racconti, opportunamente editi da Theoria in due volumi, una raccolta che ben rappresenta l’itinerario della scrittrice. Nel libro, che contiene saggi di Roberto Deidier, Antonia Dedda e Andrea Caterini, figurano diversi racconti che hanno sullo sfondo l’incubo della guerra e i cui temi ritornano in Suite francese, l’opera che ha fatto conoscere l’autrice di origine ebraica in tutto il mondo. Dedicata allo sbandamento della popolazione francese all’arrivo dei nazisti, non sarebbe mai stata completata: dopo l’arresto di Irène nel 1942, il marito Michel Epstein ne affidò il manoscritto in una valigia alle due piccole figlie prima di essere anch’egli rinchiuso e trovare la morte nel lager. Come noto, solo nel 2004 il romanzo è venuto alla luce, così come la sua storia e quella delle figlie, salvatesi grazie a una maestra, poi a un’amica dei genitori impegnata nella Resistenza, infine alle suore di un convento di Bordeaux. Liberata la Francia e sconfitto il nazismo, Denise ed Elisabeth torneranno a Parigi bussando invano alla casa della nonna che rifiuterà di accoglierle e recandosi ogni giorno alla Gare de l’Est, dove arrivavano i sopravvissuti ai lager, con un cartello che portava scritto i nomi dei genitori. Solo più tardi avrebbero saputo che entrambi erano morti ad Auschwitz poco dopo la deportazione.
Già acclamata in Francia a partire dal 1926, quando pubblicò il suo primo romanzo, Il malinteso, nelle sue prime opere Irène Némirovsky rappresenta da una parte l’universo della borghesia ebraica parigina, che analizza e critica severamente per il suo muoversi nel mondo degli affari senza scrupoli (si veda David Golser, per il quale si attirò le critiche del mondo ebraico e fu accusata addirittura di antisemitismo); dall’altra la frivolezza del suo ambiente familiare e in particolare della madre.
Ma mi pare rilevante segnalare soprattutto i romanzi I doni della vita e I falò dell’autunno, che assieme a Suite francese — tutti in Italia tradotti da Adelphi — rappresentano, per le vicende che raccontano (la prima e la seconda guerra mondiale ma anche il ventennio che le separa con le sue illusioni) e per l’altissimo valore letterario, una trilogia unica e a mio avviso imperdibile per il lettore che in un colpo solo vuole rendersi conto della tragedia del “secolo breve”. Non mi sento perciò di condividere affatto il giudizio di Andrea Caterini che definisce la Némirovsky una «minore del suo tempo». Il critico pone Suite francese a confronto con La montagna incantata di Thomas Mann, L’uomo senza qualità di Musil e Viaggio al termine della notte di Céline sostenendo che di fronte a questi capolavori l’opera dell’autrice francese si pone a un livello assai più basso e insinua che la sua fama sia legata innanzitutto alla sua tragica fine. Ritengo questi paragoni azzardati se non insensati e che, se la storia di Irène Némirovsky ha senza dubbio colpito i lettori per il suo esito drammatico, ciò non incrina affatto il suo valore di scrittrice che ci ha lasciato una testimonianza unica. Dove, certamente, letteratura e vita sono intrecciate: ma questo non accade anche con Se questo è un uomo di Primo Levi o Vita e destino di Vasilij Grossman? Forse che questi non sono capolavori?

di Roberto Righetto

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20 agosto 2019

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