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Tragediografo da otto millimetri

· Ricordo del regista Michael Cacoyannis ·

Elogio della follia, ballata su amore e morte, inno alla gioia che supera il dolore, favola su un idiot savant che si erge come un poetico gigante su un’umanità legata a istinti primordiali. Tutto questo è Zorba il greco ( Zorba the Greek , 1964). Ma di Zorba oggi ci si ricorda soltanto per il sirtaki, la danza che è talmente entrata nell’immaginario collettivo da far credere ai più che si tratti di una danza tradizionale greca, e che invece fu inventata dal musicista del film, Mikis Theodorakis, modificando e facendo correre sempre più veloce l’antico ballo dell’hasapico.

Il film più famoso di Michael Cacoyannis — il regista morto il 25 luglio — appartiene a quella strana categoria di pellicole che, sopravvalutate forse alla loro uscita, subiscono poi una sorta di sproporzionato contrappasso. Acclamato nelle sale, vincitore di tre Oscar (per la fotografia in bianco e nero di Walter Lassally, la scenografia peraltro quasi del tutto naturale offerta dall’isola di Creta, e per l’interpretazione di Lila Kedrova nel dolente ruolo di Hortensia), nominato anche come migliore pellicola, il film è stato in seguito dimenticato dal grande pubblico e ridimensionato da buona parte della critica per i suoi eccessi melodrammatici.

Non mancano in effetti momenti un po’ ricattatori e studiati a tavolino. Ma si tratta di un peccato veniale all’interno di un film che proprio oggi dovrebbe al contrario rivelare tutto il suo valore. In particolare per quella grande libertà narrativa che nel frattempo è diventata merce sempre più rara, e che asseconda l’anarchismo del suo protagonista sanando in fin dei conti squilibri e indulgenze.

È un film che sfugge capricciosamente a ogni definizione, ma che trova in Anthony Quinn e nel suo regista due bastioni capaci di tenerlo sufficientemente sotto controllo. Il primo pesca l’interpretazione della vita, inventandosi una maschera che mette insieme la baldanza distruttiva degli eroi delle comiche mute con l’aspetto burbero e un po’ da criminale di un Michel Simon. Il secondo, al suo esordio hollywoodiano, dimostra di avere la personalità necessaria per non farsi influenzare dalle grandi produzioni, e orchestra con straordinario equilibrio la storia di un’amicizia tanto improbabile quanto felice fra uno scrittore inglese colto ed educato e in pratica il suo esatto opposto, su cui aleggia, appena percepibile, un soffuso senso di cupio dissolvi.

L’intera carriera del regista cipriota è d’altronde oggi sottovalutata. Eppure è stato uno dei pochissimi ad avere il coraggio di portare sul grande schermo la tragedia classica senza sfigurare. Electra (1962) è forse il suo film migliore. Lunghe sequenze prive di dialoghi di austera bellezza, e, in sede di sceneggiatura, firmata come sempre dallo stesso regista, una grande cura nello scegliere i registri più adatti al cinema dalle varie versioni della tragedia. E così se l’impianto narrativo prende spunto più che altro da Euripide, sicuramente sofoclea è l’Elettra di Irene Papas, intensa al punto da interiorizzare l’intera vicenda.

Ottimo direttore di attori grazie ai suoi trascorsi teatrali, oltre a valorizzare al meglio la Papas, Cacoyannis lancia la carriera di Melina Mercouri — con Stella, cortigiana del Pireo (1955) — e non si lascia intimidire da una star come Katherine Hepburn, cui affida, sia al cinema che in teatro, il ruolo di Ecuba in Le troiane (1971). In questo e nel successivo Ifigenia (1977) conferma la sua capacità di orchestrare spettacoli tanto complessi quanto sobri, a dispetto delle critiche dell’epoca che lo accusavano di derive estetizzanti.

Erano passati già più di dieci anni, dal suo ultimo film. Ancora il teatro e ancora un mostro sacro: Il giardino dei ciliegi (1999) da Čechov. Ma al cinema di oggi, che di solito ha il coraggio di farsi grande solo in postproduzione, sulle poltrone del montatore e dell’addetto alla computer-graphic , manca molto un condottiero e un factotum da cinema vero come lui.

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24 novembre 2017

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