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Tragedia ignorata

· La Chiesa in Sud Sudan e un conflitto che non accenna a placarsi ·

Juba, 6. Nel mezzo di una guerra civile, di una crisi umanitaria, della minaccia di una carestia di massa, i cattolici in Sud Sudan continuano a lavorare senza sosta. «La Chiesa — ha ricordato giorni fa l’arcivescovo di Juba, monsignor Paulino Lukudu Loro — svolge un ruolo chiave, come sempre e ovunque, nella fornitura di aiuti umanitari. Come pastori siamo impegnati ad aiutare soprattutto le persone vulnerabili».

Il Sud Sudan è diventato uno Stato indipendente il 9 luglio 2011, ma è oggi lacerato da una guerra civile scoppiata quasi subito, nel dicembre 2013, tra l’esercito governativo che fa capo al presidente Salva Kiir e le forze di opposizione che rispondono al vicepresidente Riek Machar.

Il Consiglio delle Chiese del Sud Sudan ha condannato pubblicamente la violenza esortando tutti a pregare per la pace e la Chiesa cattolica continua incessantemente a offrire sostegno spirituale a migliaia di famiglie lacerate dalla guerra.

La portata della crisi umanitaria in Sud Sudan è enorme. Si parla di circa 1.700.000 persone sfollate all’interno del Paese, di oltre 800.000 rifugiati e di quasi tre milioni di individui che rischiano di morire per fame. Molti sono senza cibo e medicine. Secondo il Catholic Relief Services, quasi sei milioni di persone si trovano ad affrontare una grave crisi alimentare. Per l’arcivescovo Lukudu Loro, sono molte le persone che hanno perso la speranza. Cinque anni fa le aspettative erano tante, adesso si vive nell’incertezza e nella paura. I massacri, infatti, stanno spingendo la popolazione a cercare rifugio nei Paesi vicini, in Uganda in particolare.

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