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Tradizioni anticristiane

· Le lettere sull’uguaglianza di Sarah Moore Grimké (1792-1873) ·

«Quanto mostruosa, quanto anticristiana è la dottrina che la donna deve essere dipendente dall’uomo! Dove, in tutte le sacre scritture, è insegnato questo?». È il 1837 quando Sarah Moore Grimké (1792-1873) si pone la domanda.
Sesta di quattordici figli, nata a Charleston (Carolina del Sud) in una ricca famiglia di proprietari di schiavi, fin da piccola Sarah si ribella all’ingiustizia della schiavitù — verrà punita per aver insegnato a leggere e scrivere alla sua serva personale—. Abbandonata la Chiesa episcopale e divenuta quacchera, a metà degli anni Trenta con la sorella Angelina, aderisce alla Female Anti-Slavery Society di Philadelphia: l’argomento portante è il rifiuto della tesi secondo cui la schiavitù moderna sarebbe giustificata da quella vigente ai tempi della Bibbia.

Ritratto di Sarah Moore Grimké

Convinta della necessità di rivedere la condizione femminile così come disciplinata dall’ordinamento giuridico e sociale (dal matrimonio all’educazione, passando per il lavoro e il suffragio) Sarah Moore Grimké — di cui Castelvecchi ha da poco pubblicato, a cura di Thomas Casadei, nove lunghe lettere in Poco meno degli angeli. Lettere sull’eguaglianza dei sessi (Roma, 2016, pagine 123, euro 14,50) — fu sempre guidata, oltre che dalla volontà di superare il pregiudizio razziale e sessuale, dall’ispirazione religiosa. Grazie alla “luce interiore” (principio fondante del quaccherismo), tutto deve essere rivisto criticamente: l’interpretazione delle scritture, la storia, il linguaggio, gli assetti sociali, economici e politici, l’ordine giuridico, finanche l’opinione pubblica. A suo avviso è indispensabile, infatti, una «ermeneutica biblica alternativa a quella comunemente diffusa».

Nelle sue lettere, dunque — pubblicate prima su «The New England Spectator» (come serie dal titolo Lettere sulla provincia della donna) e poi riedite dalla rivista abolizionista «The Liberator» —, Grimké pone in discussione, come altre combattive donne del tempo, l’assetto gerarchico del sistema sociale americano, sottoponendo a critica sia la «linea del colore», che definisce la schiavitù, sia la «linea di Adamo», che confina «i diritti dell’umanità» solo a una parte del mondo. «Non conosco — afferma — i diritti dell’uomo o i diritti della donna: i diritti umani sono tutto ciò che io riconosco». Questa analisi però si caratterizza per il fatto che è costruita sul testo biblico: è esattamente questo il grimaldello che Grimké utilizza per scardinare e superare le barriere. E per portare avanti un discorso che intende sia svegliare gli uomini, dimostrando loro l’infondatezza delle loro certezze misogine («Sarà impossibile per la donna adempiere il compito assegnatole da Dio finché i suoi fratelli non la incontrino come un essere eguale»), sia scuotere le donne, invitandole a un’energica azione costruttiva. Perché «maschio e femmina li creò» (Genesi 1, 27) ha — o dovrebbe avere — un significato univoco e lampante, togliendo ogni fondamento innanzitutto alla tesi di una diseguaglianza morale tra i sessi nei doveri e nei diritti: «Ciò che è moralmente giusto da farsi per un uomo è moralmente giusto per una donna».

di Silvia Gusmano

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20 ottobre 2019

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