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​Tradizione e innovazione
nella nuova offerta formativa

· ​Intervista al preside del Pontificio istituto Giovanni Paolo II ·

È stato pubblicato il nuovo organigramma degli studi del Pontificio istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia per l’anno accademico 2019-2020. Tra le novità introdotte, figura l’inserimento, accanto al diploma e al dottorato, di due percorsi di licenza, anziché uno come in passato: licenza in teologia del matrimonio e della famiglia e licenza in scienze del matrimonio e della famiglia. Per rafforzare la sinergia con le scienze umane, sono state create nuove aree di ricerca che approfondiranno la storia e la cultura delle istituzioni famigliari, il diritto e la sfera economica, e che si affiancano a quelle di teologia morale e teologia sacramentaria già presenti nell’istituto. Motivo di soddisfazione è, inoltre, l’ottenimento del riconoscimento pieno del valore canonico dei titoli rilasciati.

Sally Roper, «Famiglia»

Secondo il preside dell’istituto, monsignor Pierangelo Sequeri, interpellato da «Vatican News», la pubblicazione del nuovo organigramma di studi può essere vista come un segno di recupero della “normalità” dopo le turbolenze e le polemiche degli ultimi mesi, a seguito dell’approvazione nel luglio scorso, da parte della Congregazione per l’educazione cattolica, degli Statuti e dell’Ordinamento degli studi dell’istituto stesso.

Io penso proprio di sì, anzi, penso che possa dare un contributo decisivo, perché quando vedi in concreto quali sono i contenuti e quali sono gli orizzonti concreti dei corsi, si capisce qual è il senso di questa transizione che indubbiamente, come tutte le transizioni, ha degli elementi di impegno, di fatica, di novità da affrontare. Perché qui si vede che la tradizione dell’istituto e l’innovazione, come dovrebbe sempre avvenire nella Chiesa, si armonizzano, si compongono. Ci sono dei corsi che si rinnovano nel solco delle cose già acquisite, e ci sono delle nuove aperture che integrano la prospettiva che oggi è necessaria. Si tenga conto anche che l’istituto, per la prima volta nella sua storia, acquisisce la certezza del valore canonico dei propri titoli di licenza e di dottorato, come per tutte le altre facoltà di teologia e alle condizioni di tutte le altre facoltà di teologia, e quindi potrà anche formare e far migrare, con più tranquillità e con più competenza, nuovi insegnanti, non soltanto esperti nella materia.

Può sottolinearci qualche aspetto dell’offerta formativa per il nuovo anno accademico?

Un primo elemento significativo è l’identificazione di un corso fondamentale, per fondare teologicamente questo orizzonte, che si chiama “Teologia della forma cristiana”, ed è una teologia fondamentale della fede — perché da qui bisogna partire — che ha particolare attenzione ad istruire gli elementi di sviluppo e di collegamento con le altre discipline che riguardano, appunto, il rapporto tra la fede e “la giustizia degli affetti”, cioè il retto ordine degli affetti, l’interpretazione umana degli affetti che hanno il loro perno nel matrimonio e nella famiglia, ma che riguardano tutte le relazioni della comunità umana. Quindi, questo centramento sulla fede e sull’uomo di fede, sulla donna di fede, che è prima di tutto interpretato alla luce dell’evento del progetto di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, credo che sia un elemento di novità. L’attenzione si sposta dalle singole problematiche canoniche, morali, giuridiche eccetera, verso questo orizzonte più profondo. Altre integrazioni sono un corso fondamentale — quindi obbligatorio — sull’ecclesiologia e, sul piano del dialogo con le scienze umane e con le scienze della cultura, le novità sono rappresentate da alcuni corsi che mettono a fuoco il rapporto tra matrimonio e comunità civile, matrimonio e pluralità religiosa, matrimonio e diritto comparato e famiglia nel contesto della dimensione economica, politica, sociale che in questo momento ha questa realtà, che è certamente — rispetto alla tradizione dei nostri padri e dei nostri nonni — trasformata e implicata in un modo totalmente nuovo, e quindi questa attenzione fa parte della competenza richiesta anche al teologo. Quindi, non c’è nessuna sostituzione della teologia con la sociologia ma, anzi, una regia teologica che si preoccupa di integrare delle competenze che fino ad ora, nell’ambito della teologia, sono state soltanto iniziali o forse anche un po’ marginali.

La pubblicazione dell’offerta formativa potrà ridare serenità alla comunità accademica dell’istituto, in particolare agli studenti che avevano reagito con preoccupazione a quanto successo a luglio?

Questo, sicuramente, perché la reazione, avvenuta dopo la semplice notizia dell’approvazione degli Statuti, si riferiva a qualche timore, al pensiero: «Cambia questo, non avremo più questo, saremo in difficoltà a proseguire gli studi...». Era fondamentalmente una preoccupazione congetturale perché, non disponendo del piano di studi, l’immaginazione ha i suoi sussulti, i suoi timori. L’esplicitazione della realtà deve pareggiare i timori, deve mostrare che queste congetture erano infondate, che la tradizione dell’istituto è rispettata, che l’innovazione non ha nulla di devastante, anzi, è un valore aggiunto... Questo dovrebbe azzerare i timori legati alle fantasie.

Lei ha dedicato gran parte della sua vita alla teologia e all’insegnamento. Quali sono le sue speranze e i suoi auspici per il futuro dell’Istituto Giovanni Paolo II?

La mia speranza è che con questo passaggio, pur faticoso, l’istituto si avVII a diventare un’istituzione d’eccellenza della Santa Sede. È vero, ci sono molti istituti e molte università, molte facoltà teologiche che si occupano doverosamente di questi temi, ma questo è quello della Santa Sede, quello che rappresenta — per così dire — un sentire coordinato con il Magistero supremo della Chiesa e quindi deve sviluppare una competenza all’altezza di questo legame.

di Adriana Masotti

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19 settembre 2019

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