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Tracce indelebili della tortura

Affrontare oggi una riflessione sulle donne vittime di tortura e di stupro vuol dire inevitabilmente essere pronti ad ascoltare l’inenarrabile, condividere l’abisso della disumanizzazione che gesti così violenti e determinati hanno squarciato nel cuore delle vittime, raccontare una sofferenza senza confini.

Da sempre, come medico legale e criminologo clinico, mi sono occupata di vittime di violenza, soprattutto donne e minori; col passare degli anni, attraverso la crescita dei processi migratori, questo ha voluto dire occuparsi anche di donne migranti che mostrano nel corpo, nella mente ma soprattutto nel cuore le ferite della tortura e dello stupro.

Chi sono le donne straniere torturate e stuprate? Sono esseri umani che secondo una precisa volontà di altri hanno smarrito la loro essenza più intima, il loro tesoro più prezioso: la loro umanità. Hanno rappresentato “un pezzo di carne” su cui imprimere, con violenza e strategia del terrore, un dominio e una forza. Sono stati brandelli di sesso rubato, anche in maniera perversa, non tanto per il piacere dello stupratore ma con il preciso scopo di renderle oggetto di umiliazione, dolore e annientamento. Trascinano un corpo distrutto dal dolore e una mente frantumata in mille frammenti. Sono donne avvilite, a cui sono state rubate la femminilità e la speranza.

Accomunare la tortura e lo stupro facendosi carico delle donne che patiscono l’una o l’altro vuol dire, finalmente, fare proprio e mettere in pratica ciò che l’Onu ha enunciato e riconosciuto da tempo: infatti il 23 settembre 1998 il Tribunale penale internazionale per il Rwanda (che fa capo all’Onu) ha equiparato la violenza sessuale ai crimini di guerra. Con la risoluzione 1820 del 19 giugno 2008 l’Onu ha inserito lo stupro tra le armi da guerra usate dai governi o dalle milizie durante i conflitti per torturare, umiliare, spaventare, degradare, devastare. Infine il protocollo di Istanbul, promosso dalle Nazioni Unite nel 2008, ha sancito che lo stupro è una forma di tortura e lascia le stesse tracce indelebili della tortura nella mente di una persona.

Con questa consapevolezza osservo entrare nel mio ambulatorio donne migranti, vittime designate di un pensiero perverso che fonda le sue radici nell’azione disumanizzante della tortura (sia essa fisica, sia essa sessuale).

Incontrare queste donne ha voluto dire, per me, fare i conti drammaticamente con gli esiti fisici e psicologici di una vera e propria “organizzazione del male”. Ha voluto dire accettare che non c’è un limite al dolore consapevolmente inflitto e al desiderio di sopraffare e dominare attraverso il terrore e la violenza.

Nel torturatore mancano empatia, emozioni, sentimenti, tenerezza, percezione del dolore dell’altro, per lui la vittima è solo carne da usare, da trasformare in un grumo di dolore. Il dolore e la sofferenza patiti, durante le torture, dalle vittime sono così acuti che, spesso, l’unico desiderio che esse hanno è quello di morire, perché solo la morte potrà porre fine a ciò che già vivono come una fine. Eppure nella strategia dell’aguzzino e dello stupratore la sopravvivenza della vittima diventa elemento fondamentale, condizione essenziale del proprio potere e monito per le genti: la vittima di tortura deve soffrire ma non morire, deve essere terrorizzata, degradata e umiliata ma continuare a vivere.

Ecco allora che per queste donne scappare da tutto ciò diventa essenziale, sopravvivere a tutto ciò diventa una sfida. Le donne migranti vittime di tortura sono donne in fuga dal loro paese, dai loro aguzzini, sono donne in fuga dal “male”. Vivono il dolore della separazione e dello sradicamento, la nostalgia degli affetti, l’angoscia del passato, l’incertezza del futuro. Negli occhi, nel cuore e sul loro corpo non hanno “solo” scene di miseria, di sofferenza, di guerra (che sarebbero già di per sé un “troppo di dolore”!) ma sono diventate esse stesse sepolcro vivente delle torture subite e degli stupri patiti.

Lentamente attraverso l’incontro con l’altro e la restituzione dell’integrità del loro corpo e del loro cuore, coltivano la speranza che anche per loro possa esistere un mondo migliore e ci interrogano quotidianamente per sapere se anche noi ne faremo parte, se saremo quel pezzetto di mondo migliore che cambierà la loro vita. Accanto a una donna torturata o stuprata ciascuno di noi, inevitabilmente, dovrà decidere se “chinare i l capo e volgere lo sguardo altrove” oppure diventare protagonista di quel cambiamento che, partendo da noi stessi, restituirà alla vittima quel volto e quello sguardo che l’aguzzino ha deliberatamente annientato.

Giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, mi sono accorta che, per le vittime di tortura, il vero processo curante non poteva concludersi in un gesto medico di tipo diagnostico e/o terapeutico ma doveva andare oltre assumendo su di sé l’impegno di una svolta autentica nella vita di queste donne. Ecco allora che la visita, la mia visita, non poteva essere solo un modo per accertare le lesioni o curare le malattie o le ferite ma, inevitabilmente, doveva diventare un gesto sanante capace di “umanizzare ciò che altri hanno brutalizzato e disumanizzato”.

Visita medica, quindi, come restituzione della bellezza di un corpo, della tenerezza dei sentimenti, dell’unicità di un volto, della possibilità di sognare.

Questi pensieri sono diventati dirompenti quando, all’inizio della mia professione, ho colto drammaticamente che con i miei gesti di cura andavo a ripetere sui loro corpi gesti probabilmente già compiuti dall’aguzzino. Aver scoperto la drammaticità evocativa di ciò che per me era solo gesto curante ha reso essenziale dare un nuovo significato alla cura. Visitando una donna vittima di tortura, inevitabilmente mi avvalgo di una gestualità che entra in relazione con le sue ferite più profonde e che viola una volta di più il suo corpo. Eppure i miei gesti possono diventare autenticamente terapeutici se, oltre a curare le ferite del corpo, sapranno restituire umanità alla donna stessa.

Ecco quindi che l’incontro con le vittime di tortura, nel mio ambulatorio, assume i colori di una nuova sfida: traslando il meraviglioso insegnamento di Lévinas diventa imperativo restituire loro un volto e uno sguardo per umanizzare ciò che “perversi aguzzini” hanno invece disumanizzato. All’inizio la maggior parte di loro arriva in un forte stato di choc, sono spaventate, hanno paura e non sanno se si possono fidare di noi. Sono silenziose, chiuse, oppositive, difficilmente disposte a condividere le loro storie, soprattutto se sono state vittime di stupro.

Poi, lentamente, molto lentamente, iniziano a rivelare vissuti dolorosi in cui ritroviamo, variabilmente, privazione di cibo e acqua, condizioni di prigionia disumane, gravi percosse con corpi contundenti di ogni genere, percosse sulla pianta dei piedi o sul palmo delle mani, torture per sospensione o per posture stressanti, ustioni provocate con liquidi bollenti, acidi o strumenti arroventati di ogni genere, scariche elettriche, avulsione di unghie o denti, tentativi di soffocamento o di annegamento, stupri e ogni altra forma di aggressione perversa a sfondo sessuale. Raccontano di aver visto persone della stessa etnia o della propria famiglia torturate o uccise, rivivono l’orrore della propria impotenza di fronte alle grida di dolore e di aiuto, e incarnano il senso di colpa per essere sopravvissute a tutto ciò.

Hanno vissuto violenze fisiche e sessuali così traumatizzanti che, spesso, sviluppano un Disturbo Post Traumatico da Stress (ptsd: Post-Traumatic Stress Disorder) semplice o complesso, disturbi depressivi, somatizzazioni legate al trauma, disturbi d’ansia e del sonno che vanno ad aggravare un quadro già di per sé complesso. Non da ultimo sono vittime di ciò che noi tecnici chiamiamo i fenomeni di “ritraumatizzazione secondaria”.

Per le donne migranti, vittime di tortura, subire ritraumatizzazioni moltiplica in modo esponenziale l’effetto psicopatologico del trauma, aggravando i sintomi o facendone insorgere di nuovi sino a peggiorarne il decorso clinico (solo in apparenza tutto ciò è scollegato dall’evento traumatico originario). Se la tortura o gli stupri, eventi traumatici originari, devono avere caratteristiche di estrema gravità, gli eventi ritraumatizzanti possono anche essere di portata minimale eppure sono capaci di innescare una reazione post-traumatica di entità smisurata. L’incontro con personale in divisa (sanitaria o militare), essere collocati in stanze chiuse, il suono delle sirene, toni di voce alterati, odori particolarmente pungenti e mille altre situazioni di un banale quotidiano possono essere vissuti dalle donne torturate come una miriade di esperienze ritraumatizzanti. Ecco allora che visitare una donna vittima di tortura vuol dire, prima di tutto, dar vita con pazienza a un incontro tra persone per sovvertire ciò che gli aguzzini avevano reso solo scontro violento tra una figura dominante e una figura sottomessa.

Diventa essenziale cercare con pazienza momenti in cui costruire una relazione fondata sul dialogo nuovo; infatti, mai come in questi casi, la relazione terapeutica ha bisogno di “vedere e ascoltare col cuore” stabilendo un dialogo in cui le parole, ma soprattutto i silenzi, diventano la dimensione dell’una verso l’altra. Dialogo e ascolto che presuppongono vicinanza, quella vicinanza che è il movimento della mia mente e del mio cuore verso l’altro; solo così dialogo e ascolto potranno dare voce a chi non ha voce, rendendo visibile l’invisibile.

Accanto al dialogo e all’ascolto si affaccia dirompente una nuova dimensione del tempo inteso come sostanza della nostra vita; con le donne vittime di tortura il tempo della visita sarà inevitabilmente scandito da loro sino ad assumere la dimensione di una restituzione di consapevolezza e di autodeterminazione. Tempo della relazione con l’altro e del suo ascolto come segno tangibile della sua umanizzazione e del mio pormi accanto a lui, tempo come dimensione del “mio” coinvolgimento non solo professionale. Dialogo, ascolto, tempo sono quindi dimensioni essenziali nella relazione clinico-terapeutica che permettono alla donna torturata o stuprata di raccontare e di raccontarsi, la aiutano a misurarsi con silenzi e parole, le permettono di piangere e di essere consolata, le permettono di vincere il senso di colpa, la rendono viva. Solo così, all’interno di un lento percorso di umanizzazione, attraverso la restituzione di un volto, di uno sguardo e di una fisicità rubati e violati, la relazione clinica potrà diventare autenticamente terapeutica.

Riconoscere le donne migranti vittime di tortura, farsene carico, dando risposte mediche competenti e tutelanti, rendere il gesto medico un primo passo verso lo svelamento della violenza patita ci permetterà, davvero, di costruire, per loro e con loro, percorsi diagnostici, terapeutici e riabilitativi, ma soprattutto umanizzanti. In realtà non sappiamo quasi nulla di loro, non sappiamo chi sono, né da dove vengono, non conosciamo la loro storia né dove andranno ma sappiamo che ciascuna di loro ci è sorella, madre, amica, figlia, compagna di vita, sappiamo che le loro sofferenze sono le nostre sofferenze, le loro speranze sono le nostre speranze. Sappiamo, e ne siamo certi, che il senso più profondo del nostro agire diventa valore autentico attraverso i loro volti e i loro sguardi, perché il nostro agire rappresenti sempre un cammino umano di cure competenti, di solidarietà e di speranza.

di Maria Stella D’Andrea

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24 marzo 2019

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