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Tracce di storia

· A Modena una mostra del fotografo Hiroshi Sugimoto ·

«Il giorno in cui l’uomo realizzerà il desiderio profondo di fermare il tempo si sta avvicinando inesorabilmente. Il tempo esiste unicamente grazie alla percezione umana; e dunque solo quando l’umanità sarà scomparsa dalla faccia della terra potremo dire davvero di aver fermato lo scorrere del tempo. Non ci vorrà molto». 

Non si può certo dire che Hiroshi Sugimoto, classe 1948, tra i più autorevoli interpreti della fotografia contemporanea internazionale, sia un ottimista. Ma queste affermazioni vanno lette alla luce della sua intera opera, che è stata una continua indagine sul tempo, concetto astratto, difficile da afferrare, ma proprio per questo affascinante per un artista che essenzialmente ferma attimi. Perché catturarlo, sia pure per un istante infinitesimo, nella sua visione è parte del desiderio dell’uomo di arrestare lo scorrere del tempo. 

«Birds of The Alps» (2012)

Una ricerca sempre in divenire, quella di Sugimoto, il cui risultato è condensato in una mostra antologica intitolata significativamente Stop Time allestita fino al 7 giugno dalla Fondazione Fotografia Modena negli spazi espositivi del Foro Boario. Un itinerario essenziale, con appena una quarantina di grandi, raffinate stampe, curato dal direttore della fondazione Filippo Maggia, che dà il senso di un percorso artistico alimentato dalla continua sperimentazione di linguaggi e tecniche.
«La fotografia fu inventata per soddisfare un’esigenza e un desiderio dell’uomo» sostiene ancora l’artista nel testo scritto per il catalogo della mostra (Milano, Skira, 2015, pagine 118, euro 44). E aggiunge che da quasi 180 anni è essa «a determinare il modo in cui l’uomo guarda la propria storia e percepisce il mondo; grazie alla fotografia, la nostra storia collettiva è stata immortalata, archiviata e ripetutamente passata al vaglio fino alla banalizzazione, tanto da poter dire quasi che, da allora, la storia è “vera storia” solo dopo che la fotografia ha svolto la sua parte».
Una lettura, questa, indubbiamente forte e tuttavia in contraddizione con l’opera di un fotografo che nei suoi scatti non ha mai cercato l’istante decisivo, semmai tracce di storia rintracciabili in un frammento di tempo presente. E forse non è un caso che Sugimoto prima di diventare fotografo avesse svolto un’altra professione, quella dell’antiquario, mestiere che ha molto a che fare con la storia e, dunque, con il tempo e il suo fluire. Per questo probabilmente dalla metà degli Settanta ritrae soggetti che ricreano o replicano momenti di un passato distante e luoghi geograficamente lontani, criticando la presunta capacità della fotografia di ritrarre la storia con accuratezza.
Un’impostazione concettuale alla quale l’artista unisce un rigore metodologico tipicamente orientale: la perfezione delle stampe è il risultato di un lavoro imponente, che va dall’ampia ricerca preliminare all’uso di fotocamere di grande formato, dalle tradizionali tecniche del bianco e nero all’utilizzo di carta pregiata. 


di Gaetano Vallini 

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16 dicembre 2018

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