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Tra Zurbarán e Balenciaga

· «Haute couture» di Florence Delay ·

Si riconosce un tratto magistrale nel piccolo libro di Florence Delay, scrittrice e accademica di Francia, che ha fra l’altro interpretato il ruolo di Giovanna d’Arco nel film del regista Robert Bresson. E si riconosce una traccia dell’ispirazione del vero genio, perché le pagine di Delay si possono leggere più volte — una prima infatti non basta — e a più livelli. Le si possono scorrere al primo livello: la storia delle donne, delle sante donne, una specie di pantheon delle sante, raffigurate o ancora meglio dipinte nel siglo de oro dal celebre artista Zurbarán. E che qualcosa dica che non ci si possa limitare a una lettura puramente agiografica — benché ricostruita quasi con acribia di storica — è dato dal fatto che dietro l’esistenza terrena di queste donne (a titolo di esempio Sante Caterina, Santa Eulalia, Santa Lucia di Siracusa) vi è la ricerca del motivo che ha condotto Zurbarán a rappresentarle con un abbigliamento estremamente ricercato. Abiti, vestiti, gonne, foulard che Florence Delay descrive con dovizia di particolari, come fossero fotografie. 

Francisco de Zurbarán «Santa Casilda» (1630-1635)

Ecco appunto il significato del titolo “Alta moda” (Haute couture, Paris, Gallimard, 2018, pagine 112, euro 12). È piuttosto impressionante leggere queste istantanee riguardanti abiti, gonne, ricami e tanti altri dettagli stilistici, proprio perché raffigurati da Zurbarán. Ora, certo, l’artista interpreta e, secondo questa interpretazione, Florence Delay fa comprendere queste tele come fossero vere e proprie poesie. Infatti, il testo può essere letto anche come una raccolta di versi poetici, di una poesia intessuta di bellezza esteriore — rappresentata dall’abito — e interiore, il più delle volte la testimonianza cristiana fino al martirio. Si ha più di una volta l’impressione di leggere frasi scolpite nella permanenza della poesia. 

E come se non bastasse, vi è ancora un altro livello d’interpretazione, nella trama stessa del libro: la dimensione personale di scoperta, tanto dell’artista Zurbarán quanto delle ragioni per le quali vengono rappresentate in abito di gala quelle donne sante. Più si procede nella lettura e più si scopre il segreto di questo testo, molto più accattivante del desiderio di raccontare semplicemente le tele di Zurbarán. Si capisce che questi è uomo del silenzio, del nascondimento, proprio come lo fu uno dei più grandi stilisti di alta moda dei nostri tempi, Balenciaga (1895-1972). Sorprendente che tale libro culmini con un capitolo dedicato a lui, uomo dell’alta moda, forse — e a detta degli altri colleghi — il più grande stilista del secolo scorso.

Ma non è più sorprendente questa associazione quando si carpisce il senso profondo dell’accostamento: il segreto di un abito, è quello stesso di una vita, vita che sempre rimane nascosta in un silenzio. D’altro canto, il vero titolo del piccolo libro — quello immaginato dall’autrice — è proprio “un abito, una vita”, perché l’abito non fa il monaco ma il monaco porta l’abito. E anche se non fosse un abito esteriore, il monaco si esercita nella confezione dell’abito interiore lungo tutto l’arco di una vita. Zurbarán, Balenciaga e forse anche proprio quella vita delle sante donne raffigurate in abiti d’alta moda, è racchiusa in un silenzio maestoso, portentoso capace di superare i secoli e, proprio paradossalmente, le mode. Nel momento in cui al met di New York, i grandi stilisti si ispirano alla moda ecclesiastica per pensare o ripensare il rapporto tra abito, moda e religione — con l’apporto del Pontificio Consiglio della cultura — il testo di Florence Delay apporta un’ulteriore conferma di questo legame. Il film apparso non molto tempo fa nelle sale cinematografiche, Phantom Thread, che tratteggia la vita di Balenciaga, offre un indizio di questa ricerca di perfezione estetica che si dipana nell’alta moda. Così, in chiusura del libro, afferma Florence Delay: «Musica ed architettura, queste parole risuonano in una delle rare definizioni che Balenciaga, uomo pio, silenzioso e misterioso, che si esprimeva così raramente da aver rilasciato una sola volta un’intervista, e solo al momento di ritirarsi dalla sua professione: “Un sarto deve essere un buon architetto per la forma, un pittore per il colore, musicista per l’armonia e filosofo per la misura”. Architetto e musicista, silenzioso e misterioso, lo fu anche l’artista d’Estremadura. Ma la sua fede faceva a meno del “filosofo” poiché aveva la misura, o l’eccesso, del cristiano».

di Alberto Fabio Ambrosio

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18 marzo 2019

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