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Tra virtù e sapere

· Il Pontificio collegio spagnolo ·

Il 1º aprile il Pontificio collegio spagnolo di San Giuseppe di Roma compie 125 anni, dato che in quello stesso giorno del 1892 accolse i primi undici studenti, insieme al fondatore, il sacerdote e beato di Tortosa Manuel Domingo y Sol.

Paolo vi  durante l’inaugurazione  del nuovo Collegio (13 novembre 1965)

Tra i grandi progetti di Mosén Sol c’era proprio la creazione di un collegio a Roma, che vedeva come la soluzione ai grandi problemi del clero secolare in Spagna, che stava vivendo in una grave situazione di prostrazione e di discredito dovuta, da un lato, alla complessa situazione sociale, politica e religiosa del paese, e, dall’altro, all’anemia intellettuale del presbiterato; i sacerdoti erano pertanto poco stimati per la loro povertà nel campo sia della formazione accademica sia dei valori umani. Occorreva una reazione energica, che non solo ponesse freno all’avvilimento sacerdotale, ma che tracciasse anche un’autentica riforma dei seminari spagnoli.
A tal fine Mosén Sol cercò dei seminaristi giovani affinché acquisissero una formazione adeguata e poi tornassero, come fermento culturale, ai seminari e ai centri diocesani. In definitiva, il suo fine era di istituire a Roma un collegio simile ai collegi di altre nazioni, come quelli tedeschi, inglesi, francesi, greci, belgi, irlandesi, polacchi e, più di recente, americani, sia del nord sia del sud, che si trovavano “accanto alla casa del Papa”. Tutti, fin dall’inizio, frequentarono i corsi dell’università Gregoriana.
L’obiettivo di quei collegi internazionali romani era chiaro: erano centri di formazione umana, intellettuale e spirituale dove i sacerdoti potevano crescere in virtù e in sapere. Sacerdoti che poi, distribuiti in tutte le nazioni, assicuravano, con il loro lavoro pastorale, l’amore e l’adesione alla persona del Santo Padre e la fedeltà alla dottrina cattolica.
Mosén Sol, giunto a Roma nel 1890, trascorse un anno e mezzo tra l’ambasciata di Spagna, gli uffici del Vaticano e quelli del governo italiano, scontrandosi con la burocrazia politica e religiosa. All’inizio fu aiutato da monsignor Giacomo della Chiesa (futuro papa Benedetto XV). A sostenerlo fu però soprattutto Rafael Merry del Val, all’epoca giovane monsignore, figlio dell’allora ambasciatore di Spagna a Vienna, trasferito in seguito all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.
Mosén Sol all’inizio cercò di ottenere un edificio che l’ordine Trinitario possedeva in via Condotti, oggi importante arteria commerciale ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, vicina all’ambasciata spagnola. Si scontrò però con i governi spagnolo e italiano e alla fine desistette.
Per il secondo corso (1892-1893) giunsero a Roma trentadue studenti, provenienti da dodici diocesi, che trascorsero a loro volta l’anno in quella casa. Nell’ottobre del 1893, quarantadue allievi iniziarono il terzo corso e occuparono un piano di palazzo Altieri, situato a piazza del Gesù. Ma il problema della residenza si risolse solo nel settembre del 1894 quando gli studenti spagnoli si stabilirono a palazzo Altemps, un edificio rinascimentale nel cuore di Roma, vicino a piazza Navona, dove restarono fino al 1970. La Santa Sede acquistò l’edificio, che fu affidato da Leone XIII all’episcopato spagnolo. Nel 1904 san Pio X concesse al Collegio il titolo di pontificio.
Nel 1956, essendo palazzo Altemps diventato troppo piccolo per il Collegio, si decise di costruire un altro edificio in grado di ospitarlo. Nel marzo dello stesso anno papa Pio XII benedisse la prima pietra di un edificio moderno a via di Torre Rossa, una strada all’epoca isolata, accanto a Villa Carpegna. Il 13 novembre 1965 il beato Paolo VI inaugurò ufficialmente il nuovo Collegio.
L’atto fu molto solenne. Vi assistettero numerosi cardinali e vescovi, che stavano partecipando al concilio Vaticano II, una delegazione ufficiale del governo spagnolo, presieduta dal ministro della giustizia, in rappresentanza del capo di stato, numerosi prelati della Curia romana, diverse personalità e tutti gli studenti. Il cardinale Bueno Monreal, arcivescovo di Siviglia e patrono del Collegio, rivolse al Papa un affettuoso saluto.
Paolo vi per l’occasione pronunciò uno splendido discorso parlando del compito affidato ai sacerdoti. «La responsabilità del sacerdote di oggi è molto più gravosa e il suo ministero più delicato; la responsabilità viene da una più sentita coscienza della profondità che deve dare al suo intervento nelle cose sante: non deve solo ripetere e riprodurre formule e riti, ma deve anche tradurre maggiormente il messaggio che annuncia in parole accessibili, nel sermonem rectum et bene sonantem (Ex S. Liturgia), nel discorso che “scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Ebrei 4, 12) dell’uomo e della vita moderna, cercando al tempo stesso di incarnare in stile di vita la realizzazione esemplare di quanto predica ed esorta gli altri a fare. Inoltre, per il fatto che studiate a Roma, si esige da voi — e a buon diritto — una preparazione scientifica di livello eccellente. Confidiamo che questo Collegio sarà un potente fattore nel rinnovamento delle scienze sacre in Spagna, dandole anche nel campo della ricerca il rango che le sue gloriose tradizioni reclamano. Sia il vostro studio una risposta amorevole al Dio che si rivela, opera ed è presente nella storia della salvezza: alimenti la scienza la vostra vita spirituale e funga da canale al dialogo con il mondo di oggi e alla sua illuminazione in Cristo.
E ora viene una grande parola che il mondo moderno quasi non vuole sentire: l’obbedienza. Nella rinascita che la Chiesa e la società cristiana chiedono per dare un nuovo volto al mondo contemporaneo s’impone il lavoro comunitario, occorre stare e vivere uniti; bisogna quindi essere ubbidienti. Oggi come ieri è di norma l’atteggiamento di rispetto e di obbedienza, sull’esempio di Cristo “factus obediens usque ad mortem” (Phil 2, 8). I poteri fondamentali del ministero derivano da un mandato, prolungamento ed eco dell’“Euntes docete omnes, baptizantes...” (Matth, 28, 19): coltivate questa disposizione nell’intimo della vostra personalità; date al vostro servizio un’intenzionalità soprannaturale di sottomissione alla volontà di Dio, presente in ogni legge giusta e in ogni legittima autorità; seguite il motto del Divino Maestro: “Ego que placita sunt ei facio semper” (Io 8, 29). La regola sacerdotale “nihil sine Episcopo” reca in sé sicura efficacia nella salvezza delle anime. “Credete che Dio governa quanti governano”, diceva il beato Maestro di Avila..., “considerate grande misericordia di Nostro Signore l’obbedienza... e se avrete fede nell’obbedire, godrete di grande pace” (Beato Juan de Ávila, Obras completas. bac (Madrid, 1952), vol. 1, p. 1055).
La vostra Nazione giustamente si gloria di questa unità cattolica che è stata — ed è — fiore all’occhiello in tanti secoli di storia. Tocca soprattutto al sacerdote incanalarla verso il suo dinamismo più profondo per trasformarla in un faro più luminoso di irradiazione evangelica. Missione sacerdotale è mantenere l’unità di sforzi in un clima di collaborazione apostolica, promuovere la vita multiforme del Popolo di Dio, agendo come principio di unità e di concordia nella diversità delle opinioni e delle situazioni. Questa funzione difficilmente si realizzerebbe senza spirito di docilità verso i Signori Vescovi e la Cattedra di Roma, che “presiede la carità” in tutto il mondo.
Amatissimi Sacerdoti e cari Seminaristi! Dal vostro soggiorno a Roma tornate al vostro apostolato con un grande amore per la Chiesa. Sia questa la grande parola d’ordine che lasciamo al nuovo collegio: ve lo diremo con le parole del recente decreto conciliare: “dilatato corde participare discant in totius Ecclesiae vita secundum illud S. Augustini: Quantum quisque amat Ecclesiam Christi, tantum habet Spiritum Sanctum”. E che questo amore sia impregnato dello spirito della cattolicità “quo propriae dioecesis, nationis vel ritus fines trascendere et totius Ecclesiae necessitates vivere assuescant, animo parato ad Evangelium; ubique praedicandum” (Decretum de Instit. Sacerdotali, nn. 18 e 46)». (Insegnamenti di Paolo VI, III, pp. 616-621).
Per il Pontificio Collegio Spagnolo di San Giuseppe sono passati, in questi centoventicinque anni di vita, 3650 sacerdoti e seminaristi.
Tra gli ex studenti ci sono centocinque martiri della persecuzione religiosa repubblicana degli anni 1934 e 1936-39 (dieci di loro beatificati), la maggior parte dei docenti di scienze ecclesiastiche del passato e del presente in Spagna, come pure centoventotto vescovi, dieci dei quali eletti cardinali.
Il frutto più importante del Collegio è l’impronta che lascia sugli studenti. Oltre alla specializzazione e alle lauree e ai dottorati, che si possono conseguire anche in altri centri di altre città, il fatto che si trovi a Roma ha un significato speciale: vivere la vita della Chiesa accanto al Vicario di Cristo. La loro configurazione sacerdotale è segnata dall’amore per la Chiesa e il Papa e dall’apertura universale che si respira accanto alla tomba degli apostoli Pietro e Paolo.

di Vicente Cárcel Ortí

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