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Tra tombe e paesaggio

· L’«Antologia di Spoon River» di Edgar Lee Masters ·

Si configurò, per i cultori del sogno americano, come un’epopea di libertà e di amore, come un suggestivo paesaggio di venti, di fiumi e di orizzonti inesplorati l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, di cui, il 23 agosto, ricorrono i 150 anni dalla nascita. Alcune biografie attestano che il poeta, scrittore e avvocato statunitense nacque nel 1868, altre nel 1869: Lee Masters non si curò mai di stabilire in modo inequivocabile i suoi dati anagrafici. «Ho altro a cui pensare», soleva dire. Un pensiero profondo, il suo, rivolto a penetrare sia il ribollire della vita, sia il mistero della morte. Quel mistero che innerva il suo capolavoro, una raccolta di poesie in verso libero pubblicata tra il 1914 e il 1915. Ogni poesia racconta, in forma di epitaffio, la vita dei residenti di Spoon River, un immaginario paesino del Midwest, sepolti nel cimitero locale. L’opera miscela realtà e finzione, poiché l’autore si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield nell’Illinois, dove era cresciuto. La dimensione reale acquista anche una carica polemica, poiché molte delle persone a cui le poesie sono ispirate, che erano ancora vive al momento della composizione e della pubblicazione della raccolta, si dichiararono offese nel vedere esibite le loro storie private.

Nella prefazione a una delle edizioni italiane dell’opera, Fernanda Pivano (che insieme a Cesare Pavese diede un decisivo contributo alla conoscenza dell’autore e della sua opera in Italia) scrive: «Lee Masters definiva questo libro qualcosa di meno della poesia e di più della prosa». Nell’ambito di una spoglia e scarna struttura, gli epitaffi rivelano un tono sempre narrativo e mai declamatorio. Di conseguenza la voce dei protagonisti risulta spesso sfumata, in penombra, quasi vellutata. È dunque bandita una retorica stentorea, nutrita di lacrimevole rimpianto. A dominare la scena è, al contrario, un registro narrativo asciutto e rigoroso, ma non per questo meno atto a far vibrare le corde del cuore e ad accarezzare, con soavità, intelligenza e sensibilità. Un registro narrativo che, a volte, sa anche essere pungente e caustico.

«Il fiore della mia vita sarebbe sbocciato d’ogni lato se un vento crudele non avesse appassito i miei petali dal lato che vedevate voi del villaggio» denuncia, nel suo epitaffio, Serepta Mason, che aggiunge: «dalla polvere levo la mia protesta: il mio lato in fiore voi non lo vedeste! Voi, i vivi, siete davvero degli sciocchi e non sapete le vie del vento e le forze invisibili che governano i processi della vita». Tali versi mostrano una forza dirompente nel criticare la miopia, o meglio, la cecità degli uomini, incapaci di apprezzare il meglio dell’altro, fino a trasformare quel meglio in una bruttura e a seppellirlo nell’oblio. Nella denuncia di Serepta Mason si specchia l’alta condanna di Lee Masters contro un mondo avviato verso il degrado, a scapito anzitutto del valore etico dell’esistenza. Non a caso il processo di industrializzazione che stava allora trasformando lo scenario americano trova vasta eco nell’Antologia di Spoon River, che dà vita e respiro a una provincia abitati da pazzi, prostitute, peccatori, mitomani e suicidi. Due grandi temi attraggono Lee Masters: da un lato, il grande flusso della creazione, il ciclo della metamorfosi universale, che muta i corpi e le anime in altri corpi e in altre anime; dall’altra, la stoica accettazione della realtà e della vita. «Ora so che bisogna alzare le vele e farsi portare dai venti della sorte dovunque spingano la nave» si legge nell’epitaffio di George Gray.

Eccelle l’autore nel saper concentrare in poche, densissime righe il senso di una vita, l’afflato di un destino. Ogni racconto sembra slegato dagli altri: in verità, un filo rosso li unisce per farli convergere, in felice sintesi, nello spumeggiante zibaldone della Comédie humaine. Illuminante, al riguardo, è una riflessione di Eugenio Montale: «Alla vigilia dell’espressionismo e del dadaismo, era possibile sognare la confluenza di tutti i vecchi generi letterari in uno solo, epico-lirico, che fondeva in un unico calderone ciò che la memoria dell’homo sapiens occidentale, arricchita da secoli di cultura ma desiderosa di rituffarsi nel mito della vita originaria, poteva conservare».

L’intreccio della poesia della tomba con la poesia del paesaggio costituisce uno dei tratti distintivi della letteratura americana e ha in Walt Whitman e in Emily Dickinson i suoi cantori più illustri. «Mentre esausto vagavo per i boschi della Virginia — scrive Whitman — vidi ai piedi d’un albero la tomba d’un soldato; ferito a morte e sepolto nella ritirata, (facilmente capii tutto), la sosta del meriggio, quando sù! Non c’è tempo da perdere — però rimase questo segno, su una tavoletta scarabocchiata e inchiodata all’albero vicino alla tomba, Ardito, prudente, leale, il mio affezionato camerata». Il vitalismo panico — rileva la saggista e traduttrice Viola Papetti — aveva permesso a Whitman di figurarsi la morte come «squisita flessibile porta su una fuga di leggerezza, di pensare al cadavere come letame e alla vita stessa come a un’antologia di morti». E con Emily Dickinson il paesaggio americano entra nell’elegia come altare, cornice, architettura funeraria naturale. Non cipressi o urne neoclassiche, dunque, a recitare il ruolo di protagonisti, ma i luoghi di quell’immaginario, ovvero la foresta, la prateria, la collina dove si è dipanata la vita. «Dopo un centinaio di anni nessuno conosce il posto» lamenta la poetessa nel constatare che le erbacce hanno trionfato, mentre i venti dei campi estivi riportano il ricordo e «l’istinto — sottolinea Viola Papetti — raccoglie la chiave lasciata cadere dalla memoria». Così doveva apparire il vecchio cimitero di Concord quando Lee Masters vi andò in cerca della sepoltura di Anne Rutledge, in mezzo ai campi, con i topi che scorrazzavano tra le tombe.

Ma nonostante il paesaggio possa essere deturpato e inquinato, conserva pur sempre il suo fascino e il suo incanto, nonché la sua dimensione edificante. Proprio mentre si scagliava contro l’affarismo, la corruzione e il filisteismo delle grandi città, Lee Masters alimentava la fiamma della nostalgia per le piccole città e per i villaggi dell’infanzia, come pure per i fiumi, le colline e le praterie: quelle praterie dove il poeta beatamente si sdraiava a leggere Wordsworth, Shelley, Keats e Omero nella traduzione settecentesca di Pope.

di Gabriele Nicolò

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14 novembre 2019

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