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Tra Tintin e Ivanhoe

· L’importanza di reimparare a leggere e a studiare ·

E il tribunale respinge la denuncia per razzismo dell’eroe di Hergé

La corte di Bruxelles ha respinto la messa al bando di un fumetto di Tin Tin, portato in tribunale quattro anni fa dallo studente congolese Bienvenu Mbutu Mondondo, che aveva denunciato per razzismo il personaggio creato da Hergé — e la casa produttrice che amministra l’opera del disegnatore — chiedendo la sospensione delle pubblicazioni o la vendita con un avvertimento ai lettori. La legge belga contro il razzismo — ha deciso il tribunale — non può essere applicata se non vi è una chiara intenzione discriminatoria, e «nel contesto dell’epoca Hergé non poteva essere animato da una tale volontà»; i legali di Mondondo hanno annunciato che ricorreranno in appello. Oggetto del contendere è l’album Tin Tin au Congo , pubblicato per la prima volta nel 1930, che risente nei dialoghi e nella trama della mentalità coloniale dell’epoca, come riconobbe molti anni dopo lo stesso autore, che sentì la necessità di rimaneggiare alcune tavole nelle edizioni successive dell’album. La notizia ha fatto il giro del mondo suscitando un dibattito dai toni piuttosto accesi. Nessuno nega sia giusto e utile denunciare le atrocità commesse dagli eserciti coloniali durante la conquista del Congo, o che il razzismo sia una miopia del conoscere da condannare e combattere con decisione, ma perché censurare un fumetto? Perché non mettere al bando, per fare un esempio fra i tanti possibili, anche il Phileas Fogg dell’apparentemente innocuo Il giro del mondo in ottanta giorni ? Una lettura attenta del libro rivela un atteggiamento velatamente razzista in quasi tutti i personaggi principali; nel romanzo ci sono pagine molto dure sui “barbari indiani” che obbligano le vedove a bruciare sui roghi funebri dei loro mariti e la flemma del protagonista nasconde un forte complesso di superiorità, il tipico paternalismo “bianco” e occidentale ottocentesco, altero, sprezzante e sicuro del proprio ruolo di provvidenziale civilizzatore del mondo. Se allarghiamo il censimento delle opere politicamente scorrette a tutto il secolo, dovremmo vietare l’80 per cento delle opere anteriori al XX secolo.

Un’altra notizia in questi giorni ha fatto tornare in mente a più di un lettore il caustico pamphlet pubblicato all’inizio degli anni Novanta da Robert Hughes, La cultura del piagnisteo (New York, Oxford University Press 1992) che critica il linguaggio contemporaneo quando si lascia impoverire da eufemismi e autocensure, il sistema educativo quando, per evitare di ledere l’autostima degli studenti trasmette soltanto ciò che è facile ed elementare, accontentandosi così di risultati mediocri, e quella letteratura che, volendo prescindere da ogni giudizio di merito e da ogni scala di valori, finisce col promuovere opere modeste ed esaltare acriticamente tutto ciò che proviene dalla generica (ed estremamente mutevole) categoria degli “oppressi”, o di chi ha conquistato lo “status di vittima”.

La notizia a cui accennavamo sopra è il “Caso Ivanhoe ”, la riscrittura del celeberrimo romanzo ottocentesco annunciata da David Purdie, presidente del circolo dei cultori di sir Walter Scott: il testo è stato dimezzato, semplificato e reso più moderno nel linguaggio. «Pochissimi scozzesi — ha detto Purdie — lo leggono al giorno d’oggi, è troppo lungo, prolisso e difficile, specie per i giovani. Se vogliamo tenere alto il nome illustre del nostro Walter Scott dobbiamo aggiornarlo, renderlo accessibile alla nuove leve e allargarne la diffusione». Secondo alcuni è un gesto profanatore, secondo altri solo accanimento terapeutico, l’estremo tentativo di rianimare un’opera irrimediabilmente datata. Prima di ogni altra valutazione di opportunità, si tratta di un messaggio didattico controproducente: la dichiarazione di Purdie è una condanna senza appello di quello che a parole dice di voler salvare. Il messaggio che arriva ai ragazzi è fin troppo chiaro («questo libro è brutto ma purtroppo devi leggerlo, io ti aiuterò a sopportare meglio questo supplizio inutile») e caratterizzato da un paternalismo respingente anche (o forse soprattutto) per un teen-ager. Perché invece non sfidare la coazione a riassumere tipica del nostro tempo, “allungando” Ivanhoe , aggiungendo appendici iconografiche, approfondimenti, filmografia, fortuna del testo, proponendo agli studenti, come compito a casa, di intervenire attivamente sul romanzo trasformandolo in sceneggiatura, fumetto o persino videogioco (ma sempre permettendo loro di accedere alla versione originale)? «Le vere scoperte avvengono — scrive il talent scout letterario americano Richard Nash — permettendo di sfogliare i libri, di curiosare dentro l’intero patrimonio culturale di un romanzo e di spostarsi da un libro all’altro. La scoperta di uno scrittore non avviene nel vuoto, ma mediante un’inattesa e felice rivelazione, guidata dalla carne della cultura e dalle ossa della tecnologia».

I tagli preventivi e le forbici normalizzatrici ci privano del gusto di trovare quello che non cerchiamo; a volte sono proprio le lunghe e meticolose descrizioni considerate zavorra inutile dagli editor ad affascinare il lettore con il loro flusso ipnotico di parole, immagini e termini desueti.

Un consiglio in questo senso ci arriva direttamente da Roland Barthes, in un brano in cui non si parla dei romanzi di sir Walter Scott ma dei pregi e dei difetti della prosa di Victor Hugo.

«Come romanzo — scrive nel 1957 per il “Bulletin de la Guilde du Livre” di Losanna, descrivendo la sovrabbondante ricchezza di temi, personaggi e conflitti di Notre–Dame de Paris — assomiglia molto al monumento che ne è il personaggio principale: stessa mistura composita di parti, le une fuori moda, le altre d’una bellezza ancora viva; stessa disuguaglianza di logoramento, e soprattutto stesso prodigio di una unità finale a dispetto della diversità dei dettagli. E così come il miglior turista, voglio dire il più saggio e il meglio remunerato, è colui che sa accettare oggi un edificio nel suo insieme, parimenti il miglior lettore di Hugo è colui che non si preoccupa troppo di discernere, nel libro, il volgare dal commovente, la puerilità dalla scaltrezza, l’arcaismo dall’avanguardia. Come cattedrale o come romanzo, bisogna prendere Notre-Dame in blocco (...) una scommessa da accettare rinchiudendosi una domenica in casa con Notre-Dame de Paris e, superato il fastidio d’una certa sovrabbondanza d’umor greve o di citazioni latine dal falso gusto medievale, vinta la noia di qualche dissertazione filosoficamente poco sottile, ecco che si produce l’incantamento, la fascinazione prodigiosa delle grandi letture, la trasmutazione dell’immagine in realtà». Un “re-incanto del mondo” che diventa sempre più raro in un’epoca (e in una “repubblica delle lettere”) ostinatamente decisa a restare prigioniera di se stessa.

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20 settembre 2019

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