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Tra terra
e religione

Pubblichiamo quasi integralmente l’introduzione al libro La terra come casa comune. Crisi ecologica ed etica ambientale (Bologna, Edizioni Dehoniane, pagine 64, euro 6,90).


Il nostro pianeta non sta mai fermo. Si muove la crosta terrestre e ciò che sta sotto, ruota la terra sul suo asse e intorno al sole. In superficie, tutto è movimento: materia, esseri, organismi, sistemi interagiscono tra loro e dipendono gli uni dagli altri. Per millenni l’uomo ha lottato con la terra. Si è sentito fragile di fronte alla forza della natura, debole davanti alla sua potenza, piccolo in confronto alla sua immensità. Oggi l’uomo vede le cose diversamente: può solcare lo spazio e osservare un minuscolo pianeta azzurro; può abusare della propria potenza tecnologica e scoprire la fragilità della terra. 

Felice Casorati, «La preghiera» (1914)

Anche la religione non sta mai ferma. Gli dei cambiano nome e aspetto, mutano i riti e i precetti: si trasforma il modo di pensare il divino. Il movimento della terra e il movimento della religione si intersecano; l’orbita dell’una e dell’altra si influenzano. C’è la religione dell’uomo debole e piccolo davanti alla terra forte e grande; c’è la religione che ha spinto l’uomo ad addomesticare gli animali, a dominare la materia e spedire macchine su Marte. E c’è la religione del riscaldamento globale, della desertificazione, dello scioglimento dei ghiacci e delle inondazioni, della minaccia alla biodiversità, dell’emergenza geologica; la religione di un uomo che avverte la precarietà del suo pianeta.
Davanti alla crisi ambientale, leader religiosi, teologi e comunità mutano orientamento. Ripensano testi sacri e tradizioni. Oltre alla religione bianca — splendore, purezza, razza, vita e morte —, oltre alla religione rossa — uomo, carne e sangue —, c’è ormai la religione verde. Sono tre i passi verso un nuovo equilibrio tra terra, uomo e Dio.
Il primo passo riguarda il pianeta. La terra non è oggetto di dominio, da spacchettare e utilizzare; è soggetto, sistema, unità organica di parti. Il secondo passo riguarda il nostro posto sulla terra: l’uomo non è esterno a essa, ma è parte del sistema, organismo partecipe di un organismo più grande. Il terzo passo riguarda la specificità dell’uomo sulla terra. Egli ha un ruolo specifico e distinto e alla sua distinzione corrisponde una responsabilità.
I tre autori di questo volume si misurano con i punti di contatto tra l’orbita della religione e l’orbita del pianeta; con il cambiamento simultaneo e interconnesso della terra e della fede. Essi si misurano dunque con i tre passi verso un nuovo equilibrio: il passo verso il sistema terra; il passo verso l’uomo parte integrante del sistema terra; il passo verso l’uomo responsabile per il sistema terra.
Jürgen Moltmann è da molti anni impegnato nella fondazione di una «ecoteologia» che superi i limiti dell’antropocentrismo cristiano e moderno, che non si occupi soltanto di temi ecologici, ma rinnovi la teologia nella sua interezza. Se la terra è un organismo, un sistema, un «essere creativo», l’uomo non può più essere il sovrano per mandato divino, ma è il «membro dipendente della comunità terrestre». I diritti dell’uomo sono davvero universali perché non si fondano più sulla dignità dell’uomo, ma «sulla dignità di tutte le creature».
Piero Stefani spinge l’indagine sull’«essere concreature» di Moltmann nelle profondità del testo sacro: se non ci fossero le altre creature, non ci saremmo neppure noi; e tuttavia nella dimensione globale della biosfera «non si dà reciprocità». In definitiva, «il senso di comune interdipendenza è espressione di una coscienza propriamente umana».
L’uomo è specifico, dunque. Secondo Stefani, la specificità è duplice: le creature umane affermano la loro specificità da un lato «quando esercitano la loro responsabilità nei confronti degli altri esseri» e dall’altro «quando danno corpo alla capacità di formulare domande incentrate sulla vita». Quanto alla qualità di tale distinzione dell’uomo, tuttavia, è molto più difficile esprimersi: in proposito Stefani ritiene che «soltanto Dio» sappia per davvero «dove situare la differenza qualitativa tra l’umano e il resto dei viventi». Un punto fermo è la capacità dell’uomo di innalzare un inno di lode universale e di celebrare così il Creatore, «origine comune di tutti gli esseri». In tale gesto si esercita la capacità tipicamente umana di «dar voce alle altre creature». La lode riconosce allora il ruolo dell’uomo come vicario di Dio in terra e si trasforma di conseguenza in dovere, in responsabilità; comprendiamo così, con le parole di Stefani, che «siamo incaricati di governare il creato».
Il Laudato si’ di Francesco d’Assisi risuona nell’invito di Papa Francesco a una «conversione ecologica» fondata — spiega Stefani — su «una triplice relazione rispetto a Dio, al prossimo e alla terra». Il legame universale tra tutte le creature prospetta un nesso cosmico tra fratellanza e sororità: frate Sole è anche Signore; la terra è madre e sorella. «L’universo intero», commenta Stefani, «si presenta come un grande convento maschile e femminile». Ritorna il pensiero di Moltmann: la centralità della speranza in una creazione che, come scrive Paolo nella Lettera ai Romani, nella traduzione di Stefani «tutta congeme e consoffre» e attende con l’uomo la redenzione del corpo.
Per il teologo Paolo Trianni l’incontro odierno tra l’orbita della terra e l’orbita della religione domanda una rifondazione della teologia della creazione. È richiesta ai teologi la «capacità di spiegare» sempre meglio «il mistero del mondo», ovvero il suo consistere non in una «oggettività», ma in una «realtà viva che interseca la soggettività umana». Lo sforzo coincide con la proposta di una teologia cattolica della ecologia e di una spiritualità ecologica che ha trovato pieno riconoscimento nell’enciclica Laudato si’ di Francesco. Sui confini di tale proposta si dibatte.
Trianni muove dalle conquiste della teologia degli animali e dall’affacciarsi del vegetarianesimo come tema teologico per porre le basi di una legittimazione teologica della scelta vegetariana. Il teologo ammette, in proposito, che nonostante lo sforzo di vari autori, «una teologia del vegetarianesimo rimane complicata», in particolare a causa degli scarsi fondamenti biblici. Egli tuttavia ritiene che un «vegetarianesimo cristiano» sia non soltanto possibile, ma anche necessario per la salvezza del pianeta; solo una teologia del vegetarianesimo, a suo avviso, è capace di «innescare abitudini virtuose che avranno effetti positivi sull’ecosistema». Ad alcune fondamentali trasformazioni teologiche, come quella che comporta un ripensamento della creazione, si accompagna la nascita di teorie specifiche, tra cui la teologia del vegetarianesimo. In entrambi i casi, il dibattito è aperto: tra teologi e credenti, tra gli scienziati, nella società.
Si incontrano in queste pagine un autore anziano, un autore di mezza età e un giovane autore: sono diverse le generazioni convocate a raccontare le orbite del pianeta e della fede e a cogliere il significato delle loro convergenze, divergenze, incroci. La terra casa comune si costruisce nel tempo: ciò vale per tutte le creature; ciò vale anche e soprattutto per i credenti e per le teologie.

di Marco Ventura

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20 agosto 2019

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