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Realisti ed esigenti

· A Venezia il segretario di Stato ricorda la fine della seconda guerra mondiale in Italia ·

«Il ricordo della fine dell’ultimo conflitto mondiale ci spinga a rimanere vigili nei confronti dei pericoli che provengono da coloro che, strumentalizzando e manipolando un interesse di parte, un’ideologia o una religione, invece di portare liberazione e giustizia, arrecano all’umanità le ferite lancinanti della violenza e della sopraffazione». Lo ha auspicato il cardinale Pietro Parolin presiedendo nella cattedrale di Venezia sabato mattina, 25 aprile, la concelebrazione eucaristica per la festa di San Marco, patrono della Chiesa lagunare e delle genti venete.

«Madonna Nicopeia» (Venezia, basilica di San Marco)

Sottolineando la coincidenza della festa «con il settantesimo anniversario dalla fine in Italia della Seconda guerra mondiale e delle lotte fratricide del drammatico biennio tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945», il segretario di Stato ha attualizzato il discorso esprimendo preoccupazione per «le notizie di tante tragedie e conflitti nel mondo», così come per «le discriminazioni e le persecuzioni per motivi religiosi, etnici o ideologici», le quali «non sono solo un retaggio del passato, ma sono ancora purtroppo presenti nelle cronache dei nostri giorni». Da qui il triplice invito: «a lavorare con rinnovato vigore per la pace e la concordia tra i popoli», «a essere solidali con gli esuli e gli ultimi» e a «ringraziare il Signore per i tanti benefici e progressi, che questi settant’anni di pace hanno consentito all’Italia».

In proposito il pensiero del cardinale è andato a quanti «ricoprono posizioni di responsabilità nella sfera civile», affinché san Marco «non faccia mancare quel coraggio, quella costanza e dedizione, necessarie per svolgere il loro alto compito di servizio al bene comune». Ma il porporato ha voluto pregare anche per i cittadini comuni, esprimendo la speranza che l’evangelista li aiuti «a essere realisti non meno che esigenti nelle loro aspettative e richieste, in modo che ci sia spazio per la ricerca dell’ottimo, ma si sappia anche gioire del bene possibile, consapevoli della complessità dei problemi e della difficoltà oggettiva a disporre immediatamente di tutte le soluzioni».

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19 gennaio 2020

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