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Tra sofferenza e speranza

· In ricordo di Aretha Franklin ·

Probabilmente il presidente Trump non si sarebbe commosso nell’ascoltare la sua voce, come invece accadde a Barack Obama. Eppure anche l’attuale inquilino della Casa Bianca ha pagato il suo tributo ad Aretha Franklin, morta il 16 agosto all’età di 76 anni. «La regina del soul è morta — ha scritto Trump nell’immancabile tweet — era una grande donna con un incredibile dono di Dio, la sua voce. Ci mancherà». Meno conciso e certamente più partecipato il ricordo di Obama, che con la cantante ha condiviso, anche se con modalità molto differenti, l’esperienza di crescere da nero negli Stati Uniti della seconda metà del secolo scorso. «Nella sua voce — ha dichiarato l’ex presidente — abbiamo potuto sentire la nostra storia in ogni sua sfumatura, la nostra forza e il nostro dolore, la nostra oscurità e la nostra luce, la nostra ricerca di redenzione e il nostro rispetto conquistato a fatica». 

Aretha Franklin negli anni settanta

Il riferimento al rispetto non è certo casuale, perché proprio Respect è il titolo di uno dei maggiori successi di Aretha Franklin, un inno alla consapevolezza delle donne nere nei difficili anni sessanta attraversati da profonde e violente tensioni razziali. Quegli stessi anni, carichi anche di immense possibilità per chi intendeva affacciarsi sulla scena musicale, costituirono per Aretha un vero momento di svolta. La giovane cantante gospel, figlia di un predicatore battista, abbandonata dalla madre a sei anni e con una prima maternità a soli quattordici anni, approdò alla Atlantic Records fondata dal Ahmet Ertegün, figlio dell’ambasciatore turco a Washington (certe cose potevano avvenire solo a quei tempi). Ertegün, figura abbastanza sconosciuta ma geniale, alla quale si deve la scoperta dei migliori talenti della musica jazz, soul e rock a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, comprese che la voce di Aretha, dotata di una straordinaria capacità di estensione, non doveva essere costretta e piegata alle esigenze commerciali del pop più consumistico. Spazio al soul quindi, a quella musica che Aretha aveva cantato sin da bambina animando le funzioni religiose del padre, quella musica dell’anima che, come in un processo di purificazione, conduce chi la canta e chi la ascolta dalla ribellione e dalla sensualità fino all’elevazione e a quel tentativo di redenzione a cui ha fatto riferimento Obama nel suo messaggio. E nessuno strumento meglio della voce di Franklin poteva esprimere questo itinerario carico di sofferenza ma illuminato dalla speranza. Dagli anni sessanta in poi la carriera di Aretha Franklin è stata costellata da innumerevoli successi. Vincitrice di una serie infinita di Grammy Awards (un po’ il nobel della musica leggera), nel 1980 fu protagonista di una partecipazione a The Blues Brothers, lo storico film di John Landis, nel quale, interpretando la parte della moglie di Matt “Guitar” Murphy, cantava un’indimenticabile versione di Think, un altro dei suoi brani più famosi. Una delle sue ultime apparizioni fu in occasione del viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti, quando, durante l’incontro mondiale delle famiglie svoltosi a Philadelphia il 26 settembre 2015, intonò davanti al Pontifice Amazing Grace, un antico canto gospel che ora sembra un chiaro riferimento a quella grazia sorprendente di cui la sua voce era davvero dotata. (giuseppe fiorentino)

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