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Tra semplicità e leggenda

· ​E' morta Doris Day ·

Non aveva ancora quindici anni quando un giorno, fissandosi allo specchio, disse a se stessa: «Che cosa voglio fare nella vita, la ballerina o la cantante?». Non avrebbe intrapreso nessuna delle due strade: la terza via, quella dell’attrice, l’avrebbe condotta alla fama, tanto da diventare una leggenda dei tempi d’oro di Hollywood. Eppure non vinse mai l’Oscar. È morta lunedì 13 maggio, all’età di 97 anni, Doris Day: con lei si è spento lo smagliante sorriso che ha incantato generazioni di spettatori. Un sorriso — che faceva brillare anche le sue lentiggini — specchio della sua personalità, definita dal “coccodrillo” del «New York Times» «semplicemente impeccabile».

Doris Day e Clark Gable nel film «Dieci in amore» (1958)

Si era fatta conoscere, giovanissima, nel 1945, cantando con la sua voce dorata Sentimental Journey: una canzone che in poco tempo vendette milioni di copie. Ma la sua vera passione era la danza: tuttavia, quando si ruppe l’anca, una carriera che si preannunciava luminosa fu stroncata sul nascere. Ma Doris Day, che dietro a quel sorriso sfoggiava un carattere di ferro, non si perse d’animo, e si cimentò davanti alla cinepresa: non passò molto tempo prima che fosse notata e apprezzata.
Nell’immaginario collettivo, che automaticamente la identifica come “la fidanzata d’America” per il suo candore e per la sua flagrante sobrietà, Doris Day è l’attrice delle commedie brillanti, felice sintesi di trame dinamiche e dialoghi spumeggianti. In quei film recitò accanto a grandi attori, quali Rock Hudson e Cary Grant. Basti pensare a Il letto racconta (1959) e a Il visone sulla pelle (1962) Due capolavori del genere. Ma nel ricordarla, si potrebbe correre il rischio di non rendere giustizia alla vena seria e drammatica che in realtà percorreva e impreziosiva il suo status di attrice.
In Dieci in amore (1958), uno splendido film sul giornalismo, è accanto a un altro mostro sacro del cinema, Clark Gable. Lei recita la parte di un insegnante di giornalismo: in alcune scene, in cui ella riflette sulle luci e sulle ombre che screziano la delicata e complessa missione della carta stampata, la recitazione di Doris Day è da applauso. Come pure è indimenticabile la sua performance nel film di Alfred Hitchcock L’uomo che sapeva troppo (1956), affiancata, questa volta, da un altro gigante, James Stewart. La scena in cui precipita in una crisi isterica dopo aver appreso che suo figlio è stato rapito, sarebbe stata sufficiente per conferirle quell’Oscar che, come detto, non le fu mai dato.
Credeva fermamente nei sani valori della vita, e mai recedeva. Così, quando le fu offerta per il film Il laureato (1967) l’ambita parte di Mrs. Robinson, una donna di mezza età che seduce il giovane Dustin Hoffman, declinò l’invito: «L’idea che una donna più anziana irretisca un giovane ancora inesperto offende la mia concezione dei valori della vita» dichiarò. Doris Day, che negli ultimi anni andava ancora in bicicletta alla ricerca di animali abbandonati per dare loro un ricovero, non temeva di cadere nelle grinfie della vecchiaia, giunta dopo una vita segnata sì da traversie, ma comunque accarezzata e baciata dal successo e dalla fama. E citando una frase di Picasso, soleva dire: «Ci vuole tempo, molto tempo per diventare finalmente giovani». 

di Gabriele Nicolò

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