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Tra Roma e Terni una sola devozione

· ​14 febbraio: memoria liturgica del martire Valentino ·

Leonhard Beck, «San Valentino» (1530 circa)

Antonio Bosio, l’archeologo maltese, approdato a Roma al seguito dello zio Giacomo, insigne cavaliere di Malta, fu tra i primi, tra il ‘500 e il ‘600, ad entrare nel cimitero romano di San Valentino, al II miglio della via Flaminia, che rappresentava l’unico complesso catacombale della strada consolare fatta costruire, in soli due anni, tra il 220 e il 219 prima dell’era cristiana, dal censore Caio Flaminio. Ebbene, quelle catacombe, organizzate in tre piani, di cui oggi solo due sono visibili, seppure danneggiati dalla disastrosa frana della collina dei Parioli del 1985, fecero estendere la denominazione alla Porta Flaminia, che si apre nell’odierna Piazza del Popolo e che, sin dal tempo di Gregorio Magno (590-604), fu chiamata di San Valentino. L’archeologo maltese aveva una villa proprio sulle catacombe, che trasformò in una sorta di museo, dove raccoglieva i cimeli più significativi provenienti dalle sue instancabili perlustrazioni nei cimiteri cristiani di Roma. Così descrive la sua visita nelle catacombe della via Flaminia: «Si vede un cimitero assai grande, il quale penetra molto innanzi avendo molte strade e, tenendo per fermo che arrivi fin sotto la nostra villa, nella quale abbiamo scoperto cubicoli antichi e grotte sotterranee, sebbene senza sepolture: e ciò tanto più crediamo quanto che il monte, ove ella è situata, si chiama di San Valentino. Questo cimitero è assai rovinato, né vi è memoria alcuna, se non in qualche monumento vi ho notato il segno della croce e il nome di Cristo». 

In quell’occasione, Bosio vide anche il vano di ingresso del cimitero ipogeo, completamente affrescato, con scene di cui egli raccoglie preziosi disegni riproduttivi, di cui noi percepiamo solo alcuni labili brani, seppure sottoposti a diverse operazioni di restauro. Gli affreschi, riferiti ai cantieri promossi presumibilmente dal papa di origine greca Teodoro I (642-649), oppure dal pontefice Giovanni VII (706-707), propongono, oltre a una serie di santi, tra i quali presumibilmente anche san Valentino, una maestosa scena di Deesis, con il Cristo vestito con il colobium, crocefisso ai lati di Maria e Giovanni, sotto al firmamento, costellato dalle figure epocali della luna e del sole. E non mancano altre scene ispirate all’Infantia Salvatoris, tra le quali si riconoscono, oltre all’effige di Maria con il bambino, in una piccola nicchia, la rappresentazione della visitazione e quella relativa al lavacro di Gesù Bambino con l’incredula levatrice Salome, nota attraverso i racconti degli scritti apocrifi.
Se questo ambiente fu considerato adatto ad accogliere le spoglie di san Valentino, le questioni agiografiche propongono molti problemi circa l’identificazione del santo, il suo presunto martirio e il luogo della sua sepoltura, tanto che, talora, si è anche ipotizzato che la storicità di questa sfuggente figura non sia così sicura.
Ma andiamo con ordine, cominciando dalle notizie provenienti dal Catalogo liberiano, un prezioso documento allestito da Furio Dioniso Filocalo, calligrafo di papa Damaso (366-384), confluito nel celebre Cronografo del 354. Dal Catalogo apprendiamo che papa Giulio (337-352) fece costruire nell’Urbe ben cinque basiliche, tra le quali una quae appellatur Valentini, situata proprio al ii miglio della via Flaminia, laddove si celebrava, il 14 febbraio, l’anniversario del suo dies natalis.
Tale monumento e tale celebrazione vengono segnalati anche dalle guide altomedievali, usate dai pellegrini per recarsi presso i più significativi santuari del suburbio romano: in questo senso, si pronunciano la Notitia Ecclesiarum, il De Locis e il Malmensburiense.
Ma altre notizie, sicuramente meno attendibili, eppure estremamente suggestive, rispetto a un culto che si stava diffondendo in tutto il mondo cristiano antico, provengono da una passio leggendaria, il cui nucleo può rimontare già al vi secolo. Secondo questo scritto, alquanto fantasioso, i cristiani Mario e Marta, provenienti dall’Oriente, giunti in pellegrinaggio a Roma, insieme ai figli Audiface e Abaco, furono uccisi il 19 gennaio, al tempo di una presunta persecuzione voluta da Claudio il Gotico (268-270). In questo ambito, fu catturato anche il presbitero Valentino, il quale, affidato ad Asterio, in seguito al suo rifiuto di adorare gli dei, convertì il suo carceriere, dopo aver guarito dalla cecità la giovane figlia. Tutta la famiglia di Asterio fu massacrata a Ostia, mentre Valentino fu decapitato, il 14 febbraio, sulla via Flaminia. Il corpo del martire fu sistemato dalla matrona romana Savinilla, proprio in eadem loco ubi decollatus est.
L’incrocio di tutte queste fonti trova credibilità attraverso le testimonianze archeologiche, nel senso che, al ii miglio della via Flaminia, oltre alla catacomba, furono rinvenuti una basilica, un gruppo di mausolei, addossati alla collina dei Parioli e una vasta necropoli sopraterra, con tombe terragne, assai spesso dotate di iscrizioni con data consolare, e monumentali sarcofagi. Nonostante l’abbondanza delle fonti e dei resti archeologici, l’agiografo francescano Agostino Amore, nel secolo scorso, riteneva che il Valentino in questione dovesse essere identificato non con un martire, ma con un nobile, che finanziò o, ancor meglio, sponsorizzò la costruzione della basilica di papa Giulio. Solo nel VI secolo, la figura del ricco Valentino fu “santificata” e questa operazione sottrarrebbe la dignità martiriale al “defunto eccellente” sepolto nel complesso monumentale della via Flaminia. Ma non finisce qui! La critica più recente faceva notare che le fonti successive al Catalogo liberiano e, segnatamente, il Martirologio Geronimiano e il Liber Pontificalis ricordano una celebrazione del martire Valentino al sessantatreesimo miglio della via Flaminia e cioè a Terni, laddove si conserva una necropoli tardoantica e una basilica assai restaurata nel XVIII secolo, dedicata proprio al santo.
Orazio Marucchi, che nel 1878 scavò la basilica romana, pensò a due figure omonime: una ternana e una riferibile all’Urbe, mentre l’ipotesi più recente sostiene che il presbitero Valentino, di origine ternana, fu martirizzato e sepolto a Roma.
Questa teoria è sostenuta da alcuni frammenti di una iscrizione monumentale fatta incidere da papa Damaso in onore del martire romano, mentre alcuni epitaffi rinvenuti nel cimitero suburbano della via Flaminia fanno menzione di defunti di origine ternana, che vogliono essere seppelliti presso il sepolcro del martire (ad domnum Valentinum).
Il culto del santo prelato deflagrò dal santuario romano per diffondersi lungo tutta la via Flaminia, raggiungendo Terni, città di origine del martire e collegando i due poli in una sola devozione, che è giunta sino ai nostri giorni, quando San Valentino è divenuto il patrono degli innamorati, dando sostanza a leggende tarde e inattendibili, che raccontano di miracoli riservati alle coppie in crisi o ai matrimoni osteggiati, che salutavano il superamento di ogni problema quando avvistavano stormi di colombi in amore.

di Fabrizio Bisconti

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09 dicembre 2019

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