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Tra realismo e utopia

· A cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale I difficili equilibri con i quali la diplomazia cerca di evitare i conflitti ·

Il 2014 è il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, la prima guerra di massa dei tempi moderni, la prima in cui i belligeranti hanno potuto far ricorso alla coscrizione per radunare milioni di loro giovani nelle trincee. Morirono a milioni. Un’intera generazione. 

Solo in pochi si resero conto di quanto lunga e sanguinosa sarebbe stata la guerra.. Ciò che sorprende è che vent’anni dopo l’Europa sia di nuovo sprofondata in una guerra devastante. Com’era potuto accadere? La sicurezza comune, il divieto dell’uso della violenza tra Stati, l’arbitrato e i patti negoziati dovevano soppiantare la guerra, o no?

Un uomo che vide in quale direzione stava precipitando l’Europa fu il diplomatico e storico britannico Edward Hallett Carr. Carr non è mai un mero teorico. Ha la forte consapevolezza che la politica è azione, è il tentativo da parte di fragili esseri umani di dominare una realtà ostinata e complessa, è scelte che coinvolgono conflitti di valori e perdita di valori.

Nella storia del pensiero politico parliamo di realisti e utopisti (oggi più frequentemente di costruttivisti). I realisti affermano di vedere il mondo così com’è, mentre gli utopisti lo vedono come dovrebbe essere. Il mondo del realista è caotico e buio. I principi e gli Stati lottano per la sopravvivenza, la sicurezza, il potere. L’etica e la morale non trovano posto nel modello del realista. Nel mondo dell’utopista, d’altro canto, c’è speranza. Gli Stati e i leader possono e devono cercare di realizzare gli ideali etici, ovvero la pace, la giustizia, il bene della società.

Nell’uomo — scrive Carr — c’è un qualcosa che si rifiuta di inchinarsi al nudo potere, che esige giustizia, uguaglianza dinanzi alla legge, e che cerca di rendere il mondo un posto migliore. «Ogni azione umana sana (...) deve stabilire un equilibrio tra utopia e realtà, tra libero arbitrio e determinismo. Il realista totale, che accetta in modo incondizionato la sequenza causale degli eventi, priva se stesso della possibilità di cambiare la realtà. L’utopista totale, rifiutando la sequenza causale, si priva della possibilità di comprendere o la realtà che cerca di cambiare o il processo con cui può essere cambiata. Il vizio caratteristico dell’utopista è l’ingenuità; quello del realista la sterilità».

Ulla Gudmundson

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22 settembre 2019

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