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Successi
dell’animazione digitale

· Tra progresso e democratizzazione ·

Il topo protagonista di «Ratatouille» (2007)

È stato da poco pubblicato dalle edizioni Il Mulino un interessante saggio che intende esaminare l’universo della Pixar, la casa di produzione statunitense specializzata in animazione digitale a cui si devono titoli di notevole qualità, non solo tecnica, come la trilogia di Toy story (1995, 1999, 2010), Monsters & Co. (2001), Gli incredibili (2004), Ratatouille (2007), Wall E (2008). L’autore del libro Il sistema Pixar (Bologna, 2017, 192 pagine, euro 13) è Christian Uva, docente di storia del cinema e tecnologia del cinema al dams dell’Università Roma Tre. Il quadro che complessivamente ne emerge è quello di uno studio a dir poco sui generis che però ha la vocazione di inserirsi, pur innovandola, nel solco della tradizione dell’arte audiovisiva americana, non solo animata, nonché nella storia degli Stati Uniti tout court. Dato che la sua avventura verso orizzonti futuristici è costellata da elementi che la ancorano al passato prossimo e remoto della nazione.
L’analisi di Uva prende giustamente le mosse dalla biografia dei quattro membri fondatori di quello che all’inizio era un semplice distaccamento della Lucasfilm dedicato alla sperimentazione della tecnologia digitale come integrazione agli effetti speciali tradizionali. Il cui potenziale, fra l’altro, era stato sottovalutato persino da un pioniere della tecnologia nel cinema quale è sempre stato lo stesso George Lucas.

Ed Catmull e Alvy Ray Smith, gli scienziati, Steve Jobs, l’imprenditore, John Lasseter, la mente creativa, sono esponenti di quella generazione — molto ben rappresentata dalla giovane classe borghese della Silicon Valley californiana a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta — che tanto anagraficamente quanto ideologicamente si situa a metà strada fra quella degli hippy e quella degli yuppie. Dunque portatrice di un nuovo modo di abbracciare e interpretare il capitalismo alla luce però del background liberal dei loro fratelli maggiori, che, smussati i suoi spigoli più eversivi, può in qualche modo riconciliarsi con il mondo dei padri tanto avversato negli anni della Contestazione. Senza per questo rinunciare a migliorarlo. In quest’ottica, la tecnologia non può che rivestire un ruolo centrale. Per la sua doppia funzione di spinta verso il progresso anche economico da una parte, e di generale democratizzazione della società dall’altra.

di Emilio Ranzato

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15 ottobre 2019

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