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Tra parola e silenzio

· L’ultimo scritto di Giovanni Pozzi ·

È un piccolo gioiello Tacet (Milano, Adelphi, 2013, pagine 42, euro 7), l’ultimo scrit- to di Giovanni Pozzi, padre cappuccino (1923-2002) grande studioso di letteratura italiana a Friburgo. Ed è la sintesi della sua esperienza di studioso di mistica, soprattutto femminile, e della sua esperienza monastica. Un’esperienza che sembra anticipare il silenzio vicino a Dio a cui lo condurrà la morte.

Per arrivare al silenzio, Pozzi sa che bisogna partire dalla solitudine, condizione del silenzio. Stato difficile da raggiungere se pure spesso agognato dall’essere umano perché, scrive, «travagliato da un’alterità di cui non può fare a meno, l’individuo umano è tuttavia un unicum in quanto persona». L’unica vera solitudine a cui può aspirare, allora, è quella di «specchiarsi nella solitudine divina», come consiglia Chiara d’Assisi alla sua corrispondente Agnese di Praga.

Beato Angelico, «San Pietro da Verona impone il silenzio» (1442)

Ma per percorrere la strada della solitudine in Dio è necessario operare una trafila di tagli: il primo è la separazione motivata dal dualismo sessuale, che vede gli uomini dividersi dalle donne, «gli uni in fuga, le altre murate». Poi c’è la frattura di un altro dualismo, quella fra anima e corpo, che prevede la ricerca di un luogo di mortificazione solitario, che può essere la cella.

Ma il taglio più significativo e difficile da realizzare è quello fra parola e silenzio, proprio perché «la parola è il tratto distintivo dell’uomo, non perché aggiunto alla sua natura, ma perché suo costitutivo». Anche il pensiero, infatti, si plasma in forma di parola.

La parola quindi ha un posto nel silenzio, che viene distinto da Pozzi in silenzio «d’ascolto», silenzio «di memoria», orazione in silenzio, e silenzio «contemplativo».

Il primo, cioè il tacere per ascoltare, prevede un apice quando «la parola stessa si presenta silenziosa senza perdere alcunché della sua vitalità: nella lettura». Ma poi il libro può cadere di mano, perché al silenzio d’ascolto succede il silenzio del ricordo di ciò che si è appena letto. E qui si passa a uno stato di meditazione.

Che a sua volta cresce e si espande nell’orazione, punto più alto del cammino silenzioso. Ma ci aspettano ancora sorprese: qui si entra in un «intervallo invaso da stupore», che segna il momento in cui l’orante si trasforma in contemplante, un momento che Pozzi racconta con le parole misteriose di un’altra mistica, Veronica Giuliani. La quale rinuncia a identificare la volontà divina, ma si limita a seguirla nel modo che Dio vuole: «Quel modo — scrive Pozzi — attrae l’uomo innalzandolo in sé o lo sospinge inabissandolo in sé, per fargli trovare nel nulla il tutto, nell’assenza la presenza: Dio vien trovato nell’apice e nel fondo dell’interiorità umana».

E conclude con un elogio del libro, cioè dei libri che ha studiato con puntiglio filologico e passione spirituale per tutta la vita, libri che gli hanno insegnato tanto: «Amico discretissimo, il libro non è petulante, risponde solo se richiesto, non urge oltre quando gli si chiede una sosta. Colmo di parole, tace».

Lucetta Scaraffia

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23 ottobre 2019

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