Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Tra le povertà invisibili
di una modernità esasperata

· Padre Andrea Lembo, missionario del Pime a Tokyo nella piccola parrocchia del quartiere di Fuchu ·

Per arrivare alla piccola parrocchia di Fuchu, 800 cattolici in una città di 30 milioni di abitanti, si passa accanto al tempio shintoista dell’Anima della grande nazione. È il giorno in cui i genitori presentano ai sacerdoti shinto i figli di 3, 5 e 7 anni, tutti abbigliati per l’occasione nei classici kimono colorati. Con i piedini infilati nei geta, i sandali tradizionali, ancheggiano a fatica prima di ricevere dal kanugi la benedizione sacra. In Giappone le religioni più diffuse sono lo shintoismo e il buddhismo, spesso vissute come atteggiamento culturale e in modo sincretico. La società nipponica è fortemente consumista e materialista, tutta proiettata verso una modernità esasperata. La gente appare sempre stanca o di fretta, comunica poco, lavora troppo.

Padre Lembo con un gruppo di giovani nel centro “Galilea” a Tokyo

I cattolici sono una piccola minoranza, attiva ed intraprendente: 16 diocesi, 777 parrocchie, 440.000 persone in tutto il Paese, lo 0,4 per cento della popolazione. Qui c’è ampio spazio per l’evangelizzazione, sempre in maniera rispettosa e discreta. Questa è l’amata terra di missione di padre Andrea Lembo, 45 anni di Treviglio, nella bassa bergamasca (diocesi di Milano), da 10 anni a Tokyo. Pur essendo superiore provinciale del Pime (Pontificio istituto missioni estere) in Giappone, padre Andrea non ha voluto rinunciare al lavoro pastorale in una parrocchia di città.

La piccola chiesa, dedicata alla Sacra Famiglia, è nel quartiere benestante di Fuchu, a 20 km dalla Tokyo Station, considerato il centro della megalopoli, percorsa in lungo e in largo da 28 linee metropolitane e treni superveloci. A Fuchu abitano almeno un milione di persone e non mancano le povertà invisibili. Perché in Giappone è difficile capire chi è veramente povero. I vestiti si possono comprare a poco prezzo e molti per orgoglio e pudore non si fanno vedere.

Il missionario, che sognava il Paese del Sol Levante già prima di partire, parla il giapponese bene come l’italiano. Quando racconta le sue giornate si accende di entusiasmo. Nella città di Funabashi, alle porte di Tokyo, padre Andrea ha fondato nel 2014 il centro culturale Galilea per affrontare i problemi della società giapponese e avvicinare le persone al cristianesimo.

La parrocchia di Fuchu, piccola e silenziosa, ogni sabato apre invece le porte ai più poveri. Alla domanda, «Perché lo fate?», risponde: «Ci siamo sentiti interpellati dai poveri, dovevamo fare qualcosa, anche di piccolo, per loro». Qui un bambino su sei è povero. Cadono in povertà le madri single, le donne in fuga dalle violenze del marito, chi perde il posto di lavoro, gli anziani e i malati. L’assegno sociale non arriva a 70.000 yen (circa 600 euro al mese), che in una città cara come Tokyo non basta nemmeno per l’affitto di casa.

Il sabato è il giorno della Mensa degli Angeli curata nei minimi particolari come solo i giapponesi sanno fare. I segnaposti sono piccoli angeli realizzati all’uncinetto da una delle volontarie. Sul vassoio c’è una ciotola di riso, lo sformato di patate, le verdure in miniatura, le polpette di maiale in brodo, i dolci appena sfornati e l’immancabile tè. A pranzo arrivano ogni settimana una trentina di persone in situazione di povertà materiale. La mensa è in rete con le attività e i servizi sociali del Comune. È la seconda parrocchia a Tokyo — in tutta la città i cattolici sono 97.656 — a proporre un servizio caritativo di questo tipo, tramite la Caritas parrocchiale di Fuchu. La mensa è anche un’occasione per proporre momenti di incontro e interazione tra persone spesso isolate.

Il Giappone è infatti noto per il fenomeno degli hikikomori, i giovani che scelgono volontariamente di isolarsi dal mondo rinchiudendosi in una stanza. L’unico contatto con l’esterno avviene tramite internet. Gli hikikomori sono circa 500.000 in Giappone (su 126 milioni di abitanti). Spesso sono vittime di bullismo. Giovani che vivono come un fallimento insuperabile gli insuccessi scolastici, la difficoltà di entrare nel mondo del lavoro o un licenziamento. Dai primi anni di scuola fino all’azienda, il giapponese medio va incontro ad aspettative altissime, con ritmi di studio e lavoro fortemente stressanti. A scuola tutti i giorni della settimana, 12 ore al giorno di lavoro, pochissimi giorni di ferie.

L’ansia di perfezione e una gentilezza formale che non lascia trapelare facilmente le emozioni, rendono questo popolo fragile nella gestione della crisi e dell’insuccesso, spesso visto come un’onta. E a volte passare dall’isolamento alla depressione, fino al gesto estremo, il passo è breve.

Il Giappone ha infatti il triste primato del più alto tasso di suicidi al mondo (uno ogni 15 minuti, 30-35.000 l’anno, nonostante una campagna di prevenzione governativa). Un argomento che rientra bene nel tema della visita di Papa Francesco in Giappone dal 23 al 26 novembre prossimo: «Proteggere ogni vita».

«Non c’è famiglia che non abbia attraversato una tragedia di questo tipo», confida il missionario. Stando spesso a contatto con i giovani, in questi anni ha incontrato numerosi hikikomori. Con alcune storie a lieto fine. Come quella di Ko He, appena ventenne, con intenzioni suicide. Al secondo anno di università Ko He decide di lasciare gli studi, la famiglia e affittare un gabbiotto in un internet café a 500 yen al giorno per ritirarsi dal mondo.

«I ragazzi non sanno cosa è un prete. Diciamo loro che è uno che si intende di cose del cuore», spiega padre Andrea. «Per convincerlo a desistere — prosegue — gli dicevo che io e i suoi familiari non meritavamo di soffrire perché lui voleva togliersi la vita. È nata un’amicizia molto bella e dopo due anni sono riuscito a farlo uscire dall’internet cafè. Ora mi aiuta come volontario in parrocchia e lavora in un centro per anziani».

«Per me è un grande peso confrontarmi con i suicidi giovanili — ammette —. Ogni volta che succede bisogna rielaborare a livello interiore quanto accaduto, si sente il fallimento del proprio lavoro». I preti stessi che hanno subìto un lutto in famiglia gli dicono: «Tu non puoi capire perché sei straniero». L’attitudine al suicidio deriva infatti da una antica consuetudine dei guerrieri giapponesi sconfitti in battaglia, ed è ancora socialmente accettato. «Per loro è un modo per liberarsi dall’inferno di una vita che, con la modernità e i ritmi di lavoro stressanti, è costretta a subire una pressione sociale troppo forte — spiega il missionario —. In una società fondata sul confucianesimo, nella quale l’individuo è al servizio della comunità, significa togliere il disturbo dal mondo, non essere più un peso per gli altri».

Anche il livello di performance scolastiche richieste è altissimo, e studiare è molto costoso. Oltre ad andare a scuola tutti i giorni della settimana i ragazzi devono frequentare corsi extra-scolastici per arrivare preparati ai difficili test di accesso alle facoltà universitarie. Per chi è in situazione di fragilità sociale e non può permetterselo, la parrocchia propone la Scuola della gioia: un doposcuola gratuito con ragazzi dagli 8 ai 15 anni, ogni sabato pomeriggio.

Le due signore giapponesi che danno una mano a padre Andrea nelle attività caritative lasciano trapelare una emozione leggera appena si affronta l’argomento visita del Papa: «Sappiamo che Papa Francesco sarà molto impegnato durante la visita in Giappone. Ma sarebbe bello se potesse vedere anche queste nostre piccole attività. È vero che qui lo conoscono in pochi ma per i giovani è molto importante poter incontrare un uomo di pace».

da Tokyo
Patrizia Caiffa

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 febbraio 2020

NOTIZIE CORRELATE