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Tra le palme di Cannes

· Trionfa Malick ma tutti dimenticano la giuria ecumenica ·

Pochi se ne sono accorti — nelle agenzie e sui giornali, dopo la notizia della Palma d’oro a The Tree of Life di Terrence Malick, si è diffuso il commento «delusione e amarezza per l’Italia, tornata a casa a mani vuote» — ma Paolo Sorrentino con il suo This must be the Place è il vincitore del trettasettesimo premio della giuria ecumenica al Festival del cinema di Cannes.

Nonostante le aspettative e i pronostici dei giorni scorsi, nessun premio è andato invece ad Habemus Papam di Nanni Moretti, mentre a sorpresa Kirsten Dunst è stata premiata come migliore attrice per Melancholia del regista più discusso del festival, Lars von Trier. La giuria della lXIV edizione di Cannes, presieduta da Robert De Niro, ha inoltre assegnato il Gran Premio a Bir Zamanlar Anadoluda di Nuri Bilge Ceylan e Le gamin au vélo dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne.

Da quando, nel 1974, il Festival di Cannes ha aperto le sue porte ai sei giudici designati da Interfilm, l’organizzazione protestante internazionale per il cinema, e Signis, la sua omologa cattolica, per la prima volta la giuria ecumenica si è data un elenco di criteri su cui orientare le sue scelte: la qualità artistica, il messaggio evangelico, la dimensione universale dell’opera cinematografica, la creatività e la diffusione.

«Abbiamo votato questo film all’unanimità, appena ci siamo riuniti — spiega a «L’Osservatore Romano» Daniel Grivel, il presidente della giuria ecumenica di Cannes 2011, pastore svizzero della Chiesa evangelica riformata direttore di un mensile di cinema — perché il film di Paolo Sorrentino aveva tutti i requisiti per vincere».

«La storia narrata non deve esser interessante solo per un pubblico e per un contesto limitato, nel rispetto di ogni cultura e ogni lingua, ma come chiede l’ultimo criterio elaborato dalla giuria ci si aspetta che l’opera premiata abbia grandi potenzialità di diffusione» ha spiegato Gianluca Arnone, l’unico giurato italiano, giovane giornalista di cinema con alle spalle una tesi in Scienze della comunicazione perfetta per il suo ruolo, Simboli e domande cattoliche nell’opera di Martin Scorsese .

Il protagonista del film è Cheyenne (interpretato da Sean Penn), una ex rock star che vive dei diritti della sua carriera di cantante, finita molti anni prima, continuando a indossare gli abiti della scena.

La sua vita cambia improvvisamente con la morte del padre; Cheyenne lascia Dublino e torna a New York, la sua città natale, alla scoperta di una parte del suo passato che aveva totalmente rimosso.

«Poco importa — continua Arnone — se Paolo Sorrentino non è riconoscibile come un regista cristiano: le domande che pone nel suo film lo sono. In This must be the Place , il regista chiede allo spettatore di indagare insieme a lui sulla profondità e il mistero di ogni essere umano, sulla dimensione spirituale della nostra esistenza».

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