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Tra la gente delle “casette”
che non vuole perdere
la speranza

Comincia significativamente con una sosta alle Strutture abitative d’emergenza (Sae), le “casette” come le chiamano qui, edificate nella zona di Cortine, alla periferia di Camerino, la visita che Papa Francesco compie domenica mattina nella cittadina marchigiana duramente colpita dal terremoto del 26 ottobre 2016. E a quanti hanno perso la casa, i ricordi di una vita, alcuni anche il lavoro, il Pontefice chiede di non perdere mai la speranza, di guardare avanti. Perché a quasi tre anni dal sisma qui si vive nell’incertezza per il domani, si lamentano ritardi nella ricostruzione e gli abitanti temono di essere abbandonati, soprattutto i più anziani.

Lo si legge sugli striscioni posti all’ingresso del villaggio di circa 200 casette: «Non ci sentiamo supportati», «Ricostruzione assente, fondi sisma ai terremotati», «Ridateci la nostra dignità». Frasi che raccontano il disagio, l’amarezza, ma anche la speranza che la presenza del Pontefice possa smuovere la situazione: «Santità, affidiamo a lei il nostro futuro», è scritto infatti su un altro striscione.

Tuttavia nelle sei casette, piccole ma accoglienti, in cui il Papa entra per portare la propria vicinanza, lo sconforto lascia almeno per qualche istante il posto alla gioia, all’emozione di un incontro inatteso. Lo si legge sui volti commossi di Venanzio Sentuti e Oriana Bisbocci, 69 e 71 anni, che vivono nella prima abitazione visitata da Francesco, accompagnato dall’arcivescovo di Camerino - San Severino Marche, monsignor Francesco Massara. La signora insiste perché l'ospite accetti almeno un pasticcino — in ognuna delle sei casette è apparecchiato per la colazione — prendendone uno anche lei. E poi racconta: «Abitavamo in centro, che oggi è zona rossa. Non abbiamo più niente». Il Papa ascolta, incoraggia, benedice. Come fa nella seconda casetta, quella in cui vivono Ennio Parretti, 67 anni, e la moglie Maria Pia, 65, che però è malata ed è rimasta in camera. Allora è lui ad accogliere l’ospite. La tensione si scioglie in lacrime mentre racconta della moglie inferma, per la quale chiede una preghiera, e mostra le foto di famiglia attaccate alle pareti, ricordando che prima di venire qui a Camerino viveva a Roma, non lontano dal Vaticano.

Nella casetta di Marco Maulucci e di Valeria Esposito, 35 e 38 anni, i più giovani — con loro per l’occasione anche la mamma di lei, Letizia — l’atmosfera è più rilassata, per quanto l’emozione sia comunque tanta. Il Pontefice s’informa sul nome della cagnetta che vive con loro. Quindi gli ospiti chiedono prima una benedizione particolare e poi se possono farsi una foto; e danno il loro telefonino al fotografo del Papa per uno scatto fuori programma. All’uscita i due giovani mostrano a Francesco un grande tronco trasformato in un vaso con tanti fiori colorati: «Apparteneva a una quercia sradicata per fare spazio alle casette», spiega con un pizzico di orgoglio Marco, perché ora l’ingresso è più accogliente e perché almeno qualcosa di quanto c’era prima in qualche modo è rimasto.

Poi è la volta di Pacifico Pasqualoni, 88 anni, e della moglie Maria Forotti, di 78. Ed è lei a prendere l’iniziativa. Emozionatissima, dice che questo è il giorno più bello, nonostante tutto. Il Papa rincuora: «Bisogna andare avanti», con speranza. Nell’appartamentino successivo, pieno di foto incorniciate, vive Maria Stortini, 92 anni, — «dieci più di me» le dice Francesco salutandola con particolare affetto. Per l’occasione con lei ci sono il nipote Marco, 36 anni, e la fidanzata. Lui indossa una maglietta dell’Associazione “Io non crollo” e spiega al Papa il lavoro che viene svolto per far rinascere Camerino. Francesco ascolta e incoraggia.

L’ultima casetta è quella di Luigi Sensolini, 84 anni. Vive solo, è vedovo. È un uomo schivo, di poche parole. A dargli “coraggio” ci sono alcuni parenti e amici, tra cui una donna anziana. Si alza a fatica per salutare il Papa, che l’aiuta a risedersi e ascolta il suo racconto. «Ora ho visto il Papa da vicino, prima sempre in televisione» dice con commozione. E Francesco, con un sorriso, indicando la telecamera: «Adesso la televisione è venuta qui».

Il Pontefice vorrebbe poter vistare tutti quelli che abitano nelle Sae. Lo dice subito dopo, una volta uscito, rivolgendosi brevemente alle centinaia di persone presenti. Ma se non può entrare fisicamente in ciascuna delle casette, può però salutare quanti — per la maggior parte abitanti del villaggio — sono lì ad attenderlo, dietro le transenne a ridosso delle costruzioni, sotto un sole già caldo. E «Grazie, Papa Francesco, per essere venuto» è la frase che, tra una stretta di mano e l’altra, si sente più spesso al passaggio del Pontefice, che è venuto proprio per sostenere questa gente.

Una popolazione che ha atteso con trepidazione questa visita, iniziata alle 8.45 quando l’elicottero con a bordo il Papa è atterrato presso il centro sportivo dell’università. Accompagnato dagli arcivescovi Edgar Peña Parra, sostituto della segreteria di Stato, e Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, con il reggente della Prefettura, monsignor Leonardo Sapienza, e dall’aiutante di camera, Sandro Mariotti, Francesco è stato accolto dall’arcivescovo, da Luca Ceriscioli, presidente della Regione Marche, da Iolanda Rolli, prefetto di Macerata, da Antonio Pettinari, presidente della Provincia di Macerata, da Gianluca Pasqui, sindaco di Camerino, e da Claudio Pettinari, rettore dell’ateneo.

Una giornata proseguita con la visita alla cattedrale di San Venanzio, nel centro della città, ancora inagibile e che porta visibili i segni del terremoto. Francesco la raggiunge in auto, salutato da quanti nella piazza antistante lo attendono per la celebrazione della messa, nella solennità della Santissima Trinità. Prima di entrare indossa un casco bianco dei Vigili del Fuoco. Accompagnato da monsignor Massara osserva i danni e le impalcature che tengono in sicurezza l’edificio. Poi si reca a deporre un mazzo di fiori ai piedi della Madonna, alla quale il sisma ha staccato la testa e le braccia, soffermandosi per qualche minuto in preghiera silenziosa.

Uscito dalla cattedrale, prima di indossare i paramenti liturgici, il Pontefice saluta i sindaci dei 32 comuni della diocesi radunati nel chiostro dell’arcivescovado. Alla messa, in piazza Cavour, partecipano un migliaio di fedeli. Ma molti di più sono quelli che assistono attraverso i quattro maxischermi allestiti in diverse zone della cittadina. Sul palco l’icona della Madonna in trono con Bambino, custodita all’interno di una macchina processionale detta “la Nuvola”, proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Via, particolarmente cara alla città e a tutta la comunità diocesana. Il Crocifisso è invece un dipinto su tavola del XVI secolo proveniente dalla chiesa Santo Spirito in Castelsantangelo sul Nera, una delle comunità montane epicentro degli eventi sismici del 2016.

Con il Papa concelebrano monsignor Massara, il cardinale Edoardo Menichelli, originario di San Severino Marche, monsignor Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, nato qui a Camerino, l’emerito dell’arcidiocesi, monsignor Francesco Giovanni Brugnaro, i presuli del seguito papale e una settantina di sacerdoti.

A portare i doni all’altare e a leggere le preghiere dei fedeli sono persone particolarmente segnate dalle conseguenze del sisma, con situazioni personali e famigliari di dolore, che necessitavano di una particolare prossimità da parte della Chiesa.

Prima della benedizione finale e della recita dell’Angelus monsignor Massara rivolge un accorato saluto al Papa che, al termine della concelebrazione, dopo aver salutato alcuni malati, visita la “zona rossa” della cittadina. Lo fa a bordo di una “golf car” con la quale, accompagnato dall’arcivescovo, attraversa le strade ormai deserte del centro. Vie una volta piene di vita, di voci, soprattutto dei tanti giovani universitari che le affollavano la sera, e che adesso sono silenziose, quasi spettrali, dove il tempo si è fermato. Il percorso termina davanti alla chiesa di Santa Maria in Via. Il terremoto fece crollare il campanile, che finì sull’adiacente studentato. Non ci fu nessuna vittima, per fortuna, perché una prima forte scossa aveva fatto scendere in strada tutti; ed è per questo che a Camerino non ci sono stati morti. Il portone della chiesa è aperto per l’occasione. Il Papa chiede di entrare per una breve visita. E all’uscita saluta i Vigili del Fuoco e i militari dell’esercito che presidiano la zona rossa.

Il pranzo con il clero e i religiosi della diocesi è in programma presso il centro di comunità San Paolo. Qui il Pontefice riceve anche alcuni doni, tra cui un disegno con le impronte delle manine dei bambini dell’asilo, simbolo dei bimbi di tutto il territorio colpito dal terremoto.

E proprio i più piccoli — quelli della prima comunione, 200, provenienti da tutta la diocesi, accompagnati da genitori e catechisti — sono i protagonisti dell’ultimo incontro della giornata. Un momento che il Papa ha voluto aggiungere al programma iniziale dopo che, in una recente visita in Vaticano, l’arcivescovo gli aveva mostrato le lettere scritte dai bambini delle zone terremotate.

Ma prima di raggiungere in auto la palestra del centro sportivo dell’università, il Pontefice chiede di fermarsi per salutare alcune centinaia di persone che lo avevano atteso sotto il solo cocente. Anche qui tanti i bambini. E tra questi la più piccina di tutti: Ludovica, un mese appena. Il papà la porge a Francesco perché la prenda in braccio chiedendo di potergli fare una foto.

Arrivato alla palestra, il Papa viene accolto dai canti e da un entusiasmo incontenibile, mentre saluta uno a uno tutti bambini vestiti di bianco. Poi ascolta le parole di Giovanni Gaeta, 10 anni. Quindi, portandolo a fianco a lui sul podio, intesse con i bambini un dialogo che, come sempre, coinvolge i presenti.

Alle 14.25 la partenza in elicottero, in anticipo sul programma di una visita durata appena sei ore, ma che ha riacceso i riflettori su questa terra martoriata, affinché non venga dimenticata.

dal nostro inviato Gaetano Vallini

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05 dicembre 2019

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