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Tra i più poveri
della Bolivia

· A colloquio con il cardinale Toribio Ticona Porco ·

Farsi tutto a tutti: povero tra i poveri, giovane tra i giovani, anziano tra gli anziani. Nel solco paolino è stato questo il programma di vita del cardinale boliviano Toribio Ticona Porco. Il prelato emerito di Corocoro che ha ricevuto la porpora da Papa Francesco nel concistoro dello scorso 28 giugno, ha trascorso l’intera esistenza sull’altopiano della Bolivia, dove manca di tutto: dalle strade al cibo, dall’elettricità alle più elementari comodità. Ha provato sulla propria pelle cosa significhi promuovere la dignità umana e ha vissuto nella precarietà pur di annunciare il Vangelo tra le popolazioni autoctone, dove la presenza di un sacerdote è tanto importante quanto rara. In questa intervista all’Osservatore Romano il cardinale presenta la realtà poco conosciuta di un paese in cui la maggioranza degli abitanti sono indigeni e circa il quaranta per cento vivono sotto la soglia di povertà.

Come ha accolto la notizia che il Papa intendeva annoverarla nel collegio cardinalizio?

Murale a Cochabamba

È stata un sorpresa incredibile, non me l’aspettavo proprio. Me la spiego in una maniera semplice: essendo uno dei pochi vescovi nativi “campesino” rimasti e siccome la Parola di Dio si compie negli ultimi, ho ricevuto la porpora. D’altra parte, riconosco che è una grande responsabilità per la mia persona e per la Chiesa. In Bolivia ci sono arcivescovi e vescovi che potevano essere creati cardinali prima di me, però il Signore ha voluto così e sono diventato il terzo porporato nella storia del Paese, dopo José Clemente Maurer, redentorista di origini tedesche, e Julio Terrazas Sandoval, il primo nato in Bolivia, anch’egli religioso della congregazione del Santissimo Redentore.

A quando risale la sua amicizia con Bergoglio?

L’ho conosciuto quando era arcivescovo di Buenos Aires. Lo considero un grande amico con il quale ci siamo sempre stimati. Il primo incontro è stato durante i viaggi che compivo nella capitale argentina per evangelizzare i miei campesinos. Ogni anno, infatti, mi recavo in missione a Buenos Aires e nel suo circondario, dove vivono circa due milioni di emigrati boliviani.

Lei è stato anche sindaco della sua comunità. Cosa ricorda di quell’esperienza?

Negli anni Settanta, il regime militare mi ha nominato sindaco di Chacarilla, un paese a tremilaottocentocinquanta metri, dove esisteva un’importante miniera di rame. Vi confluirono circa settecento persone in cerca di lavoro, cosa che fece aumentare la popolazione di origine aymara, discendente dei Pacajaques. Per cui si parlavano due lingue principali: l’aymara e lo spagnolo. Ricordo che era una zona poverissima, e si era popolata proprio per la presenza della miniera che era di proprietà di una società asiatica. C’erano molti problemi e tensioni, perché i padroni cercavano di non pagare le tasse.

Quanto è rimasto in carica come primo cittadino?

Per quattordici anni. Quando mi nominarono sindaco ero già sacerdote, per cui quando nei giorni di festa finivo di pronunciare il discorso ufficiale, correvo a cambiarmi e a celebrare la messa. Al mio arrivo c’era solo una chiesetta dedicata alla Madonna del Rosario. Era talmente piccola che i bambini la riempivano. Decisi di ampliarla, perché era un problema celebrarvi i matrimoni e i battesimi: la gente non c’entrava. Chiesi aiuto e i minatori collaborarono alla costruzione donando l’equivalente di due giorni di stipendio. D’altronde, non ho mai tenuto per me il denaro. Quello che ricevevo era destinato alla costruzione della chiesa e del municipio. Anche io condividevo la povertà degli altri, vivevo nell’accampamento dei minatori, perché non c’era la canonica per il parroco. Eravamo io, mia madre e mio fratello in una stanza. Si dormiva per terra, ognuno in un angolo.

La povertà le ha sempre fatto compagnia?

Sono nato molto povero, non ho mai conosciuto mio padre. Ho fatto solo gli studi primari. Prima di entrare in seminario ho lavorato come lustrascarpe, minatore, meccanico e falegname. I missionari belgi mi pagarono gli studi per gli anni in cui ho frequentato il seminario. Quei missionari formarono l’associazione della gioventù operaia cattolica e per gli adulti la lega dei lavoratori cattolici, di cui divenni dirigente. Nella prima fase mi pagarono i belgi, poi i vescovi della Germania. Eppure mai ho studiato tedesco. Quando la miniera di rame non fu più profittevole per la proprietà, decisero di chiuderla, quindi Chacarilla si spopolò e io andai in Belgio a studiare al Centro internazionale di formazione catechetica e pastorale “Lumen vitae” di Bruxelles, retto dai gesuiti. E imparai anche il francese.

Cosa ricorda in particolare della sua esperienza alla prelatura di Corocoro?

Nell’aprile 1986 Giovanni Paolo ii mi nominò vescovo ausiliare della diocesi di Potosí. Poi, il 4 giugno 1992 mi trasferì alla prelatura di Corocoro. Lì il problema erano le distanze e le altitudini, perché si arrivava fino a cinquemila metri sul livello del mare. In quelle vette c’era un sacerdote italiano, Antonio Galbioni. Era un missionario instancabile, stava giorni senza mangiare e senza dormire pur di annunciare il vangelo. Come prelato ho visitato tutte le comunità. Quella che chiamavo la grande parrocchia dei poveri di lingua aymara o delle lingue ancestrali dei nostri antenati quechua. Ho sempre cercato di evangelizzare utilizzando un linguaggio comprensibile per chi mi stava davanti. Adattavo il discorso a seconda se dovevo rivolgermi a dei bambini, a degli adulti o a degli operai.

Un’attività pastorale quindi non semplice?

Mi svegliavo alle 4 o 5 del mattino e andavo ogni giorno in due o tre parrocchie per celebrare la messa, matrimoni, battesimi. Non sono mancati problemi e difficoltà che hanno messo a rischio tante volte la mia vita. Ricordo molto bene che un giorno nel guadare un fiume con un fuoristrada, all’improvviso il livello dell’acqua sommerse l’auto. Mi salvai salendo sul tettino. In quel momento, ho sentito visibilmente la mano di Dio nella mia vita, perché potevo morire. Anche cinque anni fa, mentre stavo viaggiando con la jeep, un camion mi gettò fuori strada. Non sono morto per miracolo. Ogni volta che mi ricordo di questo e incontro il Papa, mi dice: «Non sei ancora morto? Non devi mangiare il gatto». Perché nella vita ha anche mangiato gatti. Un altro problema della prelatura era legato all’altitudine, al quale il mio organismo si è abituato. Infatti, ho un cuore più grande del normale. Ciò mi ha permesso, quando venivo a Roma in visita ad limina, di arrivare in un attimo in cima ai giardini vaticani dove è stata collocata la Vergine di Copacabana, molto venerata in Bolivia.

Qual è l’urgenza più attuale nel suo paese dal punto di vista dell’annuncio?

Occorre evangelizzare la cultura, perché noto un certo sincretismo. Vedo che c’è una parte della società che è religiosa e l’altra no. Nella prelatura di Corocoro prima svolgevano servizio i missionari spagnoli. Sono andati via, ma sorse il problema della mancanza di clero locale perché la Chiesa boliviana fosse autonoma. Durante la mia permanenza ho ordinato ventisette preti nati in Bolivia per la prelatura. Un numero esiguo, viste le distanze e la grandezza del territorio. Per questo, ho sempre cercato di formare i catechisti indigeni. Quando c’ero io si arrivò a cinquecento catechisti per cui in ogni comunità aymares erano presenti. Sono stato criticato per questo. Mi accusavano di formare un’altra Chiesa, diversa da quella universale. D’altra parte, non c’erano nemmeno suore che potessero aiutarmi, perché quando ne chiedevo qualcuna alle superiore, mi rispondevano che non era possibile mandarne a causa dell’altitudine.

di Nicola Gori

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23 maggio 2019

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