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Nuova solidarietà

· Tra filosofia e teologia ·

Il 19 febbraio scorso l’arcivescovo di Chieti-Vasto ha tenuto alla Pontificia università Lateranense la conferenza L’unità dei saperi. Per una sintesi interdisciplinare tra teologia, filosofia e diritto. Ne pubblichiamo alcuni stralci.

Nella storia del pensiero occidentale teologia e filosofia si coappartengono così profondamente da potersi descrivere come «inseparabili, mai unite». In più, esse scoprono una nuova solidarietà di fronte alle sfide del nostro tempo. Ciò che oggi rende filosofi e teologi particolarmente vicini è l’esperienza di una comune povertà di fronte alla percezione diffusa nella cultura contemporanea di una radicale assenza di patria (la Heimatlosigkeit heideggeriana), della mancanza cioè di un orizzonte condiviso rispetto a cui concepire l’ethos, non solo come prassi e costume, ma anche come radicamento e dimora, fondamento del vivere, dell’agire e del morire umani. 

Pablo Picasso, «Ragazza di fronte allo specchio» (1932)

Questo senso di addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui filosofi e teologi non possono più confrontarsi o combattersi muovendo da facili certezze, quasi che ciascuno possegga la clava della verità con cui giudicare l’altro. La lama del dolore del tempo, la sfida di questa inafferrabile «liquidità» (Zygmunt Bauman), che tutto sembra pervadere, non può non interrogarci nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Teologia e filosofia più povere, meno ideologiche, sono proprio per questo più aperte alla ricerca, e perciò accomunate nell’esperienza e nel bisogno di pensare entrambe l’alterità che le provoca, così come il moderno le aveva entrambe provocate con la sua ambizione di comprendere la totalità del reale nell’esercizio della ragione adulta ed emancipata.
Soprattutto in tre forme la sfida dell’alterità sembra offrirsi come il luogo dove filosofi e teologi possono oggi incontrarsi: la meraviglia, l’agonia e l’etica. Nella meraviglia l’alterità si presenta in maniera pura e forte: essa nasce dall’impatto con l’Altro, con la sua indeducibile e improgrammabile presenza, con la sua assenza inquietante. La meraviglia, che è insieme stupore e timore, è, come osserva Platone, la passione del filosofo, ma è anche — come sottolinea Karl Barth nella sua Introduzione alla teologia evangelica — la condizione del teologo.
La meraviglia nasce dal sapere di non possedere l’Altro da parte di un pensiero, che sa di essere per sua natura trascendimento verso l’Altro: Denken heiBt überschreiten, affermava a ragione Ernst Bloch, pensare è trasgredire, non fermarsi al tranquillo possesso, ma lasciarsi raggiungere e provocare dal nuovo e dal diverso. Scriveva Friedrich W.J. Schelling: «È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia».
Chi vive la fatica del concetto sa di avere a che fare con la pura e forte alterità dell’Altro. Questo Altro il teologo lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella densa, provocatoria esperienza del divino Altro, che è la preghiera. Non di meno, il filosofo può aprirsi alla radicale alterità dell’Altro nello stupore del suo interrogarsi sull’abisso dell’inizio, dove si sperimenta la meraviglia coscientizzata del pensare (lo «stupore della ragione» — Verwunderung der Vernunft di Schelling).
Agonia è parimenti un volto dell’esperienza dell’alterità: il rapporto con l’Altro è agone, lotta. Agonia è sperimentare in sé la frontiera da varcare, avvertita nella forma dell’interrogazione, che incessantemente provoca il pensiero a trascendersi. È questa la ragione speculativa più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e ci apriamo fino in fondo all’alterità dell’Altro e al suo incessante metterci in questione, viviamo l’inquietudine della sua inafferrabile alterità.
Non si dà solamente un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e ci turba, sia esso inteso come indifferenza dell’Inizio o come Deus adveniens, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta, il vivere il pensiero come fatica e passione. Il cristianesimo, poi, in quanto esperienza del divino Altro che viene a noi, è per sua natura agonia, come sostiene Miguel de Unamuno. Teologia sarà, dunque, portare al concetto le agonie del vissuto cristiano e filosofia pensare le agonie dello stesso pensiero.
In questa condizione agonica, filosofo e teologo si incontrano: il pensiero nasce dal dolore, e senza l’interruzione provocata dalla ferita del male e della morte non si darebbe pensiero. «Dalla morte, dal timore della morte — scrive Franz Rosenzweig in apertura de La stella della redenzione — prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto».
È anche per questo che il pensiero non può far a meno dell’etica: questa è non solo l’impegno di esistere davanti all’Altro e di resistere nella lotta con l’Altro, ma anche la coscienza di esistere per gli altri. L’etica è pertanto il campo della terza, grande sfida dell’alterità, rivolta a filosofi e teologi nel dolore del tempo presente, nell’assenza di patria: la sfida sul piano dell’agire morale. Gli altri non vanno colti soltanto come produzione del nostro pensiero, come limite o sfida della nostra libertà e delle nostre scelte, ma anche e soprattutto come domanda radicale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile, della vita come corrispondenza. È qui in gioco l’altro invocato da Emmanuel Lévinas come crisi della metafisica a favore di un suo superamento nell’etica.
È ancora più radicalmente l’altro della caritas evangelica, del comandamento “simile” al primo, partecipativo e realizzativo di esso, che è il comandamento dell’amore. Gli altri sfidano filosofi e teologi a superare la falsa separatezza di teoretica ed etica: la dimensione morale investe oggi la teoresi in maniera forte, come domanda di esistere e di pensare l’esistenza non solo in sé, ma per gli altri. Su questi fronti della meraviglia, dell’agonia e dell’etica siamo dunque oggi tutti più poveri: la condizione di smarrimento, di debolezza, di fragilità, che ne deriva, può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non pensare, o può esser vissuta come provocazione a un pensiero non negligente, che abbia il coraggio della solitudine in cui far spazio alla meraviglia e che accetti di vivere la responsabilità per gli altri nel primato dell’amore.

di Bruno Forte

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21 marzo 2019

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