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Tra fatti crudi e concetti alti

· Il film di Olmi sul cardinale Martini ·

La vita e le idee del cardinale Carlo Maria Martini raccontate in prima persona. Dall’infanzia serena a Torino all’adolescenza presto turbata dallo scoppio della guerra. Dalla precocissima vocazione all’entrata in seminario. Dalla nomina ad arcivescovo di Milano fino all’impegno nel mondo del sociale e della politica condotto però con gli strumenti della fede.

Con Vedete, sono uno di voi Ermanno Olmi fa del cardinale Martini un ritratto affettuoso e molto sentito, attraverso filmati d’archivio o piccoli spezzoni provenienti da alcuni suoi film, documentari o a soggetto: E venne un uomo (1965), La circostanza (1974), Camminacammina (1982), Milano ’83 (1983) e altri. Il materiale è splendidamente montato, nonché felicemente abbinato a una colonna sonora che comprende musiche di Giuseppe Verdi ma anche di Fabio Vacchi, già in passato collaboratore del regista. E seguendo un percorso emotivo, istintivo, impressionista, Olmi compone un quadro veloce ma assolutamente centrato della vita del religioso. Cogliendone perfettamente lo spirito. Che è quello di una figura che ha saputo calare il cristianesimo nella quotidianità, nella attualità più scottante e inquietante, nel rapporto fra comunità e istituzioni, che dagli anni di piombo a Tangentopoli ha toccato in Italia frequenti punte drammatiche.

Le parole di Martini, pronunciate per quasi tutto il film dallo stesso Olmi come voce narrante, si sposano con disinvoltura con le immagini, dando l’impressione di un’opera a carattere religioso pur mostrando quasi sempre allo spettatore una realtà che, di per sé, di religioso non avrebbe nulla. Non sono molte, infatti, le inquadrature dedicate direttamente al cardinale. Tutto il resto è rappresentato da generiche scene di vita quotidiana, soprattutto della cittadinanza di Torino e Milano, o da scampoli di importanti avvenimenti storici degli ultimi decenni. A conferire una spiritualità a certe scene sono i pensieri del protagonista. Espressi peraltro con parole semplici e molto schiette — tanto da comprendere anche un’esplicita insofferenza per alcuni aspetti della Chiesa — in linea con il tono di tanto cinema di Olmi.

Solo una piccolissima percentuale del film è costituita da riprese realizzate ad hoc. Il riassemblaggio di materiale preesistente, dunque, occupa quasi per intero il lavoro, sortendo, però, un risultato del tutto nuovo. In questo senso, il film si può definire una riuscita opera postmoderna. Una soluzione intelligente per un regista dalla carriera lunga e compiuta, che qui firma la sua prova migliore almeno dai tempi de Il mestiere delle armi (2001).

La parte della vita e dell’attività pastorale del cardinale Martini che interessa maggiormente a Olmi, è quella relativa agli anni di piombo. Assieme al racconto dell’infanzia del religioso, reso suggestivo da immagini antiche di Torino, si tratta anche della parte migliore del film. Seppur in modo sintetico, vi viene spiegato molto bene cosa ha rappresentato la figura di Martini per Milano e per l’Italia lacerata di quegli anni: un ponte di misericordia fra la società civile e le ideologie che volevano distruggerla. Proprio le ideologie più rigide e monolitiche — diceva il cardinale — sono quelle che più facilmente possono frantumarsi se vi si riesce a insinuare il grimaldello del dialogo e del ragionamento.

Lo scopo all’epoca era infatti risvegliare le coscienze di chi era diventato soltanto un cieco soldato di regimi fra l’altro già declinati o in declino, incapace ormai di vedere l’umanità di chi viceversa era al di fuori di certi confini ideologici. Un’opera, quella di Martini, che culminerà in alcuni episodi tanto clamorosi quanto salvifici, come il battesimo dei figli di una terrorista, o la simbolica consegna delle armi, in arcivescovado, da parte di un gruppo di altri terroristi, in segno di pentimento e volontà di cambiare. Poche volte negli ultimi decenni c’è stato un incontro altrettanto aspro eppure alla fine fecondo fra le volute più buie della storia e le parole più illuminate della fede. Fra fatti crudi e violenti da una parte, e concetti alti e solo apparentemente astratti dall’altra. Di questo, il film si fa lucido testimone, a dispetto del taglio tutt’altro che analitico che è stato scelto.

L’unico limite del lavoro di Olmi è quello di toccare in modo troppo fugace il tema dei viaggi del cardinale a Gerusalemme, altra esperienza invece centrale della sua vita, e soprattutto ulteriore testimonianza del suo tentativo di costruire ponti, in questo caso fra le varie religioni. Trattandosi di un ritratto che non ha pretese di esaustività, fra l’altro, l’argomento si poteva a questo punto anche tenere fuori.

Particolarmente toccanti sono in compenso le immagini finali, quelle in cui il cardinale, ormai pesantemente segnato e affaticato dalla malattia, compie una benedizione. Un momento emozionante anche perché opportunamente giustapposto da Olmi alle parole immediatamente precedenti, riguardanti lo stato della Chiesa moderna, e intrise di doloroso pessimismo: «Da giovane avevo dei sogni, sulla Chiesa, ora non più». Un contrasto, quello creato in tal modo dal montaggio, che sta evidentemente a significare come attraverso il Verbo si può uscire dalle miserie del contingente. Un concetto, d’altronde, che ha segnato tutta la vita di questo protagonista del nostro tempo.

di Emilio Ranzato

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30 marzo 2017

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