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Il Sacro romano impero tra dramma e necessità

L’incoronazione di Carlo Magno, avvenuta nel Natale dell’800, non è solo l’evento centrale del medioevo, ma anche uno di quei rari avvenimenti di cui, presi singolarmente, si può dire che, se non fossero accaduti, la storia del mondo sarebbe stata diversa. Coloro che pugnalarono Giulio Cesare pensavano di aver salvato Roma dalla monarchia, ma essa finì per affermarsi nella generazione successiva. La conversione di Costantino cambiò il volto del mondo, ma allora il cristianesimo si stava già diffondendo velocemente e il suo trionfo finale era solo questione di tempo. Se Cristoforo Colombo non avesse spiegato le sue vele, il segreto dell’oceano Atlantico sarebbe stato tuttavia penetrato da qualche viaggiatore successivo. Se Carlo V d’Asburgo avesse mancato al salvacondotto concesso a Lutero, la voce costretta al silenzio a Wittenberg si sarebbe comunque levata, riecheggiando altrove. Ma se l’impero romano non fosse stato restaurato in occidente nella persona di Carlo, non sarebbe stato restaurato affatto. Provocando così «uno strascico senza fine di drammatiche conseguenze».

Di questo assunto era fermamente convinto l’irlandese James Bryce, che nel lontano 1864 scrisse un trattato The Holy Roman Empire , destinato nel tempo a registrare numerose riedizioni, con modifiche e integrazioni annesse. E ora la sua opera conosce un’altra ristampa, in italiano, dopo oltre un secolo e mezzo dalla pubblicazione del testo originale, con il titolo comunque immutato Il Sacro Romano Impero (Crotone, D’Ettoris Editori, 2017, pagine 598, euro 30,90).
Perché dunque un libro scritto tanti anni fa e per giunta dedicato a un argomento tenacemente sviscerato e variamente interpretato in una miriade di pubblicazioni, desta ancora oggi vivo interesse?
Per rispondere a questo interrogativo il curatore del volume, Paolo Mazzeranghi, fine conoscitore di un altro storico britannico, Christopher Dawson (attento studioso della “cristianità occidentale”) muove dal significativo rilievo che l’autore non è solo uno storico, ma anche un giurista, un politico e un diplomatico, nonché un instancabile viaggiatore. In sostanza, in virtù di un’attività poliedrica e di un ingegno versatile, Bryce avrebbe avuto un particolare punto d’osservazione dal quale fornire giudizi e commenti non grettamente nozionistici e scontati, ma stimolanti e intriganti, talora espressi con recisa perentorietà. L’autore, per esempio, non ha dubbi nell’elogiare il regno di Federico i (XII secolo) come «il più brillante negli annali dell’impero», come pure non ha riserve nel sentenziare che durante il regno di Federico III d’Asburgo (XV secolo) l’impero «sprofondò al suo punto più basso».
Da tale impostazione e da questi presupposti è nata un’opera che — pur nel segno di un approccio talora manicheo ai diversi accadimenti, cui sarebbe stato da preferire una trattazione con maggiori chiaroscuri — ancora oggi rappresenta un testo di riferimento per conoscere anche aspetti poco noti di una complessa realtà storica che continua a interpellare e a intrigare gli studiosi. Dalle invasioni barbariche agli imperatori carolingi e a quelli italiani, dalla lotta fra l’impero e il papato alla caduta degli Hohenstaufen, dalla pace di Vestfalia alla caduta dell’impero, il volume segue costantemente un filo rosso, costituito dall’assunto che, al di là di pur determinanti contingenze storiche, a far procedere il cammino del singolo e delle nazioni è un “fattore spirituale” che detta i ritmi, provoca antinomie e favorisce consenso e riconciliazioni.
Di conseguenza l’obiettivo di Bryce non è tanto di dare vita a una narrazione cronachistica dello sviluppo delle nazioni comprese nell’impero romano-germanico — l’Italia durante il medioevo, la Germania dal IX al XIX secolo — quanto di descrivere il Sacro impero anzitutto come un’istituzione o un sistema, il «frutto stupendo» di un corpo di credenze e tradizioni delle quali sono ora rimaste se non pallide vestigia.

E tale descrizione muove dal binomio di dramma e necessità sul quale, secondo la concezione dell’autore, poggiano le fondamenta dell’impero. La necessità è dettata dal dovere di unificare, pacificare e dare ordine al mondo cristiano, difendendolo allo stesso tempo dai nemici esterni che vogliono minarne valori ed equilibri. Il dramma invece nasce dal rapporto con il potere spirituale, una rapporto delicato e complesso per la difficoltà di stabilire ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio.

di Gabriele Nicolò

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21 marzo 2019

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