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Chiesa e impero

· La storia della Russia di Giovanni Codevilla ·

«Non è possibile separare la storia della Chiesa russa dalla storia della Russia. (...) Come l’ortodossia è uno dei fattori più importanti nella storia della Russia, così anche i destini della Russia determinano il destino dell’ortodossia russa». Queste parole di un fine teologo e profondo conoscitore della cultura russa, Aleksandr Šmeman, possono ben fungere da introduzione all’ultima opera di Giovanni Codevilla, Storia della Russia e dei Paesi limitrofi. Chiesa e Impero, pubblicata in quattro volumi da Jaca Book (Milano, 2016, pagine xxiv-511, euro 30). La scelta dell’autore, infatti, è stata di ripercorrere la storia lunga e complessa della Russia seguendo il percorso compiuto dalla Chiesa ortodossa in modo particolare nelle sue relazioni con lo stato.

«Costruzione della cattedrale di San Basilio» (1555)

L’opera giunge a compimento di un più che quarantennale impegno di studio e di ricerca di Codevilla, giurista che è stato professore di Diritto ecclesiastico presso l’Università di Trieste. Dai suoi primi studi sul sistema di relazioni tra potere sovietico e religione ebraica e sulla libertà di coscienza in Urss, attraverso poi le puntuali analisi della legislazione sovietica sui culti e sulle associazioni religiose (Stato e Chiesa nell’Unione Sovietica, Jaca Book, 1972) l’autore è approdato a lavori che hanno inteso coniugare l’approccio giuridico con uno sguardo storico sulla lunga durata (Lo zar e il patriarca: i rapporti tra trono e altare in Russia dalle origini ai giorni nostri, La Casa di Matriona, 2008).
Il primo volume della nostra opera (Il medioevo russo. Secoli X-XVII, 2016, pagine xxiv-511, euro 30), prende le mosse dall’incontro tra il mondo bizantino e gli slavi orientali, con la conversione del Principato di Kiev al cristianesimo. È stato un passaggio decisivo che ha contribuito a formare la matrice culturale, religiosa e politica della storia russa, come anche di quella ucraina e bielorussa. In tale contesto è stata mutuata da Costantinopoli la concezione della sinfonia tra potere politico e potere religioso. Si tratta di un archetipo concettuale, piuttosto che di un modello storico, ma esso ha informato di sé l’universo culturale russo. Il mondo religioso dell’ortodossia russa assumeva in quelle prime fasi della sua storia tratti che non lo avrebbero abbandonato nei secoli successivi, dal suo spiccato profilo liturgico al ruolo centrale del monachesimo, dall’elaborazione di una teologia della bellezza alla manifestazione di forme varie di libertà spirituale.
Le vicende geopolitiche, con l’invasione tatara da oriente e l’espansione del Gran Principato di Lituania a occidente, si intrecciano nella narrazione con il tortuoso cammino delle relazioni tra ortodossia russa e cristianesimo occidentale. È un itinerario che si snoda attraverso conflitti e tentativi di unione (il concilio di Ferrara-Firenze del 1439), contatti stabiliti da viaggiatori e la nascita delle Chiese greco-cattoliche unite a Roma tra Cinquecento e Seicento. L’autocefalia della Chiesa russa nel 1448, la fine dell’Impero bizantino nel 1453, l’incoronazione del primo zar, Ivan IV il Terribile, nel 1547 e l’istituzione del Patriarcato di Mosca nel 1589 segnano le tappe della trasformazione della Moscovia in impero ortodosso. La teoria escatologica di Mosca Terza Roma e le visioni teocratiche dello stato moscovita costituiscono la trama ideologica e giuridica di questo periodo, che Codevilla ricostruisce con attenzione particolare nei confronti della produzione di leggi e norme da parte della Chiesa e dello stato.
Le profonde trasformazioni introdotte da Pietro I il Grande nella vita ecclesiastica e nell’ambito delle relazioni tra Chiesa e stato aprono il secondo volume (La Russia imperiale da Pietro il grande e Nicola II (1682-1917), 2016, pagine XXIV-407, euro 30). L’abolizione del Patriarcato e l’istituzione del Santo Sinodo come organo di governo della Chiesa, guidato da un funzionario dello stato, diedero inizio al sistema sinodale fondato su una marcata sottomissione della Chiesa allo stato, che sarebbe durato fino al 1917. La Chiesa da un punto di vista istituzionale era stata equiparata a un ministero e l’imperatore ne era il capo. Tuttavia sarebbe riduttivo considerarla esclusivamente una struttura della burocrazia statale, perché, nonostante la sottomissione al potere imperiale, essa continuò a essere una realtà complessa e articolata, che esprimeva una significativa vitalità religiosa e culturale e manteneva un proprio profilo, autonomo da quello dello stato, come l’autore rileva indicando le manifestazioni di rinascita spirituale e le correnti culturali che vivacizzarono l’ortodossia nell’Impero russo, soprattutto nel corso dell’Ottocento.
Il secondo volume si conclude con la Rivoluzione del febbraio 1917 e le sue conseguenze, tra le quali il concilio che la Chiesa poté finalmente convocare. La Chiesa colse l’opportunità di ripristinare un’architettura di governo ecclesiastico conforme alle norme canoniche. L’assise conciliare infatti decretò il ristabilimento dell’istituzione patriarcale e nei giorni della Rivoluzione d’Ottobre fu eletto nuovamente dopo più di due secoli un patriarca di Mosca, che dovette subito confrontarsi con la bufera rivoluzionaria. Interamente dedicato alle vicende del periodo comunista è quindi il terzo volume (L’impero sovietico (1917-1990), pagine XXVI-620, euro 30). L’analisi della legislazione sovietica sui culti — di cui Codevilla ha grande competenza — si accompagna alla ricostruzione dei vari passaggi della politica antireligiosa e delle relazioni tra potere bolscevico e Chiesa ortodossa, su cui la storiografia nell’ultimo quarto di secolo ha fatto luce grazie all’importante disponibilità di documentazione resa possibile dall’apertura degli archivi del regime comunista. Nella narrazione si passa così dall’offensiva antireligiosa iniziata nel gennaio 1918 al terrore degli anni Trenta per giungere alla svolta del 1943 con la nuova politica staliniana nei confronti della Chiesa ortodossa. Alla ripresa di un’aggressiva politica antireligiosa con Chruščëv succedono gli anni della stagnazione brezneviana per arrivare infine alla perestrojka di Gorbačëv con la nuova normativa sulla libertà religiosa. Le vicende della Chiesa, stretta tra persecuzione e controllo, costituiscono l’altro asse narrativo del volume, che si sofferma in particolare sulle figure del patriarca Tichon (Bellavin) e del metropolita e poi patriarca Sergij (Stragorodskij), le cui scelte controverse rappresentano una questione cruciale della storia dell’ortodossia nel periodo sovietico. Una notevole attenzione, come d’altronde in ognuno dei quattro volumi, è dedicata alle vicende della Chiesa greco-cattolica ucraina, in modo particolare alla sua liquidazione per opera degli organi di potere sovietico nel 1946.
Con una scelta insolita lo spartiacque cronologico tra il terzo e il quarto volume è collocato nel 1990 (La nuova Russia (1990-2015), con un saggio di Stefano Caprio, 2016, pagine XXII-330, euro 30). Codevilla sembra voler far risalire l’avvio della vicenda della nuova Russia all’approvazione della legge sulla libertà di coscienza avvenuta nel 1990 ancora in contesto sovietico. Non c’è dubbio che la legge abbia costituito nell’ambito dei rapporti tra potere politico e religioso un evento di grande significato, sebbene il corso della storia negli anni successivi ne abbia ridimensionata la portata: il provvedimento, infatti, non ha segnato l’inizio di una stagione di relazioni tra stato e Chiesa improntate univocamente al separatismo giuridico e alla concezione laica di origine occidentale dell’ordinamento statale. Tuttavia, per quanto sia stata giuridicamente rilevante l’approvazione della legge sulla libertà di coscienza, ci sembra che il crollo dell’Unione sovietica e la nascita della Federazione russa e di altri quattordici stati indipendenti, alla fine del 1991, costituiscano da un punto di vista storico, anche per le relazioni tra stato e Chiesa, un tornante più periodizzante della legge stessa. La fine del regime comunista e la riconfigurazione geopolitica dello spazio sovietico, che ha posto le strutture territoriali del Patriarcato di Mosca nella condizione storicamente inedita di ritrovarsi suddivise tra una pluralità di stati, infatti, sono state trasformazioni che hanno inciso profondamente sull’ortodossia e sui suoi rapporti con il potere politico.
Nell’ultimo volume, dedicato all’analisi del periodo post-sovietico, a imporsi all’attenzione del lettore sono le considerazioni del giurista, inerenti alla formulazione dei provvedimenti legislativi e alla conformità a essi delle scelte politiche e delle elaborazioni concettuali compiute dai diversi attori della Russia contemporanea. Tale approccio, legittimo da un punto di vista giuridico, talvolta però va a scapito di una valutazione attenta a cogliere i tratti di ambivalenza e poliedricità insite negli stessi processi storici. Rischia così di risultare sfocata la visione di una realtà complessa e contraddittoria quale è quella russa, e post-sovietica in generale, poco riconducibile alla linearità e alla coerenza logica della razionalità giuridica. Né favoriscono la comprensione di tale realtà alcuni passaggi, in cui emerge una qualche verve polemistica, che, se da un alto attesta la passione dell’autore per il tema trattato, dall’altro conduce a giudizi semplificati e stride con l’apprezzabile impostazione storica dell’intera opera, volta piuttosto a misurarsi con la complessità dell’universo religioso e culturale della Russia.
Il lavoro di Codevilla stimola la riflessione su questioni fondamentali della storia russa. Non è possibile in questa sede soffermarsi sui molti spunti che i quattro volumi offrono. Si vuole però in conclusione indicarne alcuni, che a nostro avviso sono meritevoli di attenzione. Il primo è opportunamente evocato sin dal titolo dell’opera e riguarda l’impero. Infatti, la dimensione imperiale ha plasmato la vicenda storica della Russia, come gli studi fondamentali di Andreas Kappeler hanno dimostrato. È un’acquisizione che non può non suscitare un’avvertita prudenza metodologica nel ricorrere a paradigmi interpretativi di tipo nazionale, con il loro apparato lessicale e concettuale, per esaminare le dinamiche politiche, identitarie, etniche e religiose della storia della Russia, che non è mai stata uno stato nazionale. L’impronta imperiale ha segnato in profondità la storia russa.
Le relazioni tra Chiesa ortodossa e potere politico costituiscono nella lunga durata un altro dei nodi interpretativi di maggiore rilevanza. Ancora oggi la dinamica di tali rapporti rappresenta un tratto di peculiarità della Russia, non sempre facile da comprendere in profondità e senza indulgere in luoghi comuni. La reinterpretazione russa del patrimonio culturale e religioso bizantino ha formato il quadro storico e concettuale nel cui ambito occorre inserire il tema complesso del rapporto tra la Chiesa e lo stato. Le questioni della libertà della Chiesa o della sua subordinazione allo stato, quelle della collaborazione con il potere politico o della distinzione tra sfera politica e religiosa, nell’Oriente cristiano e in Russia, come ricorda Capovilla, vanno lette con la consapevolezza di avere a che fare con sistemi di pensiero, concezioni giuridiche, itinerari storici differenti da quelli dell’occidente, sebbene non siano mancate contaminazioni significative.
Il rapporto tra occidente e oriente è quindi uno dei fili della trama dell’opera e ritorna frequentemente nelle pagine dei quattro volumi. L’universo russo è stato caratterizzato dalle dinamiche di una cultura di frontiera che ha sempre guardato al mondo esterno, prima bizantino e poi europeo, da cui ha attinto idee e modelli, non per produrre duplicati culturali ma per proporne una rielaborazione originale. Il dibattito ottocentesco nelle file dell’intelligencija russa tra slavofili e occidentalisti è forse la pagina più nota del confronto tra polarità culturali diverse. E proprio con riferimento a quella disputa Sergej Averincev scriveva che «la cultura russa esiste realmente in un’unità antinomica di entrambi i poli, di entrambe le contraddizioni che si presupponevano a vicenda, si stimolavano a vicenda, e ad ogni passo (...) si intrecciavano». Oriente e occidente rappresentano quindi non opzioni assiologiche alternative ma orientamenti coesistenti dell’universo culturale russo.

Infine, l’opera di Codevilla ha anche il pregio, tra gli altri, di richiamare l’attenzione sulla storia della Chiesa russa nel periodo sovietico. È stata vicenda di persecuzione e martirio, di repressione e forme di resistenza, di oppressione e tecniche di sopravvivenza. Spesso si è fatto ricorso a giudizi semplificati su questa pagina drammatica della storia dell’ortodossia russa. Le scelte compiute da coloro che avevano in mano il governo della Chiesa sono state controverse. Hanno suscitato conflitti e aspri dibattiti tra i protagonisti, con riflessi inevitabili sulla storiografia. Resistenza e adattamento, martirio e compromesso, intransigenza e flessibilità, denuncia e silenzio sono apparsi come alternative irriducibili. Va ora maturando la consapevolezza storiografica che non di alternative si trattava ma di aspetti diversi della vita complicata e drammatica di una Chiesa nelle strette di un regime totalitario. Erano opzioni che attraversavano la vita, la coscienza, le scelte di ogni singolo ecclesiastico e credente. È stato il travaglio di una grande Chiesa nelle condizioni, a volte insostenibili, sempre difficili, a cui era costretta dalla realtà della società sovietica. La Chiesa russa si è confrontata con un progetto che voleva soppiantarla e ha dovuto elaborare strategie di sopravvivenza e resistenza di non facile individuazione e attuazione. Tornare a riflettere su quella vicenda storica a cento anni dalla Rivoluzione dell’ottobre 1917 è un’occasione da non perdere.

di Adriano Roccucci

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