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​Tra Brexit e incubo jihad

· ​Il voto per le legislative britanniche ·

È una vigilia segnata dall’odio e dalla violenza jihadista quella del voto britannico per le legislative. Mai come ora, dalla fine della seconda guerra mondiale, il Regno Unito si trova a dover far i conti con scelte delicatissime e strategiche. A pochi giorni dagli attacchi di Londra e a una settimana dalla strage di Manchester, la questione della sicurezza e della lotta al terrorismo è il principale terreno sul quale si scontrano i laburisti di Jeremy Corbyn e i conservatori di Theresa May. Ma non l’unico: il prossimo governo britannico sarà chiamato a gestire i negoziati sulla Brexit, ad affrontare la complessa sfida dell’immigrazione e a giocare un nuovo ruolo in un mondo in cui la leadership statunitense è profondamente cambiata e i rapporti con Cina e Russia diventano cruciali. 

Il rischio maggiore è quello dell’ingovernabilità e dello stallo decisionale. Ed è un rischio concreto. Il consenso dei Tories, dati ampiamente in vantaggio solo alcune settimane fa, si è eroso giorno per giorno. L’ultima rilevazione di YouGov attribuisce ai conservatori il 42 per cento delle preferenze, contro il 38 dei laburisti. Se il dato fosse confermato, 305 deputati andrebbero al partito di May e 268 a quello di Corbyn. Entrambi i partiti sarebbero dunque lontani dalla soglia minima dei 326 seggi necessari a costituire una solida maggioranza di governo. Ancora più indietro i LibDem, unica forza politica britannica apertamente contraria alla Brexit, che secondo il sondaggio otterrebbe soltanto un nove per cento portando a Westminster solo tredici deputati.
La questione Brexit rende impossibile ogni avvicinamento tra i conservatori e i liberaldemocratici. May preme per una hard Brexit: lasciare il mercato unico e l’unione doganale e trovare una nuova forma di partnership con Bruxelles. Una strategia motivata anche dal programma economico dei Tories, che punta su due proposte chiave: il lancio di un fondo di investimenti per la produttività nazionale di 23 miliardi di sterline e l’aumento del salario nazionale portandolo al sessanta per cento dei guadagni medi entro il 2020. I LibDem premono invece per un nuovo referendum sulla Brexit. Nella loro agenda, sul piano economico, c’è un pacchetto da 100 miliardi di sterline da destinare a investimenti nelle infrastrutture e l’ipotesi del salario minimo.
Anche se è molto difficile fare previsioni, l’ipotesi più probabile è che dal voto di domani non escano grandi novità. May potrebbe essere riconfermata, ma senza una maggioranza che le permetta di governare. Entrerà allora nel gioco delle alleanze. In tal senso, il voto britannico riflette la situazione generale che caratterizza l’Europa, e non solo: la mancanza di autentiche leadership e, quindi, di progetti politici di lungo termine, che sappiano guardare non al prossimo attentato o alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni.

di Luca M. Possati

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24 ottobre 2019

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