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Tra Auschwitz e Gerusalemme

· Il sionismo, la Shoah e lo Stato d'Israele ·

«Senza la Shoah, lo Stato d'Israele non sarebbe mai nato». Questo stretto nesso causale fra lo sterminio degli ebrei d'Europa e la fondazione dello Stato d'Israele è divenuto un assioma accettato da studiosi e gente comune, ebrei e non ebrei, religiosi e laici, politici di diverse parti. I palestinesi lo hanno adottato per dimostrare di essere stati sacrificati al senso di colpa dell'Europa, la leadership israeliana per fare della fondazione dello Stato il momento del riscatto politico del popolo ebraico, gli storici post-sionisti per mettere sotto accusa l'utilizzazione della Shoah e della sua memoria fatta da Ben Gurion e dall'élite laburista.

Questo libro di Georges Bensoussan (Israele, un nome eterno. Lo Stato d'Israele, il sionismo e lo sterminio degli Ebrei d'Europa , Torino, Utet 2009, pagine 203, euro 22) — uno dei più noti studiosi di sionismo dei nostri giorni, autore fra l'altro di una voluminosa storia politica e intellettuale del sionismo, recentemente tradotta da Einaudi — si propone di mettere in discussione e di demolire criticamente questo assunto, proponendo un'interpretazione nuova e originale, secondo cui il processo che ha reso la Shoah il maggior pilastro dell'identità israeliana non si è realizzato senza comportare una modifica radicale dei presupposti stessi su cui si basava lo Stato alla sua nascita.

Lo Stato,  argomenta Bensoussan, non nasce dalla Shoah. Gli anni cruciali per la sua fondazione furono quelli, sotto il mandato britannico,  della creazione dell'esercito, dei sindacati, delle università, della generale adozione della lingua ebraica. Gli anni dell'Yishuv, insediamento ebraico, quelli cioè in cui si crearono le strutture che nel 1948 diventarono senza soluzione di continuità le strutture dello Stato d'Israele.

All'origine dello Stato è la proposta sionista, la sua lunga realizzazione. Lungi dal facilitare la creazione dello Stato, la Shoah ha rappresentato per il progetto sionista una catastrofe, tanto dal punto di vista demografico,  distruggendo il serbatoio di popolazione su cui il sionismo contava, tanto dal punto di vista morale. Infatti, non soltanto l'Yishuv non è stato in grado di salvare l'ebraismo europeo, ma ne ha anche accolto con diffidenza e tiepidezza i superstiti.

Una realtà questa già ampiamente sottolineata dalla storiografia, ma che Bensoussan analizza nelle sue motivazioni ideologiche: da una parte, infatti, la scelta di trasformare l'Yishuv in un rifugio per i perseguitati rappresentò la rinuncia a quell'immigrazione selettiva, di ebrei cioè motivati a costruire un mondo nuovo, che era stata una delle caratteristiche del movimento sionista. Dall'altra, essa corrispose al periodo in cui i sionisti presero maggiormente le distanze dalla diaspora e dagli stessi sopravvissuti: il momento cioè dell'esaltazione dell'uomo nuovo sionista, contrapposto all'ebreo della diaspora e alla sua passività e, all'interno della diaspora,  della contrapposizione dell'eroismo dei combattenti del ghetto alla debolezza degli ebrei europei, «pecore inviate al macello senza reagire».

Nel percorrere la storia narrata da Bensoussan, del modo in cui il nuovo Stato ha percepito la Shoah, ne ha integrato i superstiti, ne ha elaborato la memoria, la costruzione memoriale israeliana ci appare qui molto diversa da quella che caratterizzò tanto l'Europa che la sua diaspora.

Il quindicennio che in Europa fu il periodo del silenzio e della grande rimozione fu infatti anche per Israele un periodo di silenzio; ma si trattò di un «silenzio abitato» da memorie represse, da nuove paure identificate con le antiche paure realizzatesi nella Shoah, da sensi di colpa e volontà di rivincita. Un silenzio molto diverso da quello delle nazioni europee, intente a ricostruire l'Europa e a occultare le proprie colpe.

È allora, in quel silenzio, che cominciò a prender corpo l'idea che la costruzione dello Stato fosse la redenzione — per alcuni politica, per altri religiosa — dalla distruzione degli ebrei realizzata da Hitler. A partire dal processo Eichmann, e ancor più dopo la guerra del Kippur e via via sempre più nel corso dei decenni successivi, la memoria della Shoah diviene uno dei pilastri dello Stato, determinando un processo di trasformazione degli israeliani, che sempre più si identificano con le vittime, che «sono tornati ebrei» e che, come gli ebrei della diaspora, «sono contemporaneamente cittadini dello Stato di Israele ed ebrei». Lo Stato non è più volto a fondare un uomo nuovo, ma a difendere gli ebrei da nuovi stermini.  La legittimità dello Stato di Israele, che si fondava sul sionismo, si fonda ormai sulla Shoah, segnando in profondità «un'identità dolente, che oscilla sempre tra Auschwitz e Gerusalemme». Con il rischio che questo ripiegamento dell'identità sulla catastrofe, invece che sulla speranza del futuro, porti a nuove catastrofi e non faciliti il processo verso la pace. Dramma passato o tragedia futura? —  si interroga l'ultimo capitolo del libro.

Il trauma dello sterminio, unito al pervicace rifiuto arabo, fa sì «che la Casa di Giacobbe si accampi di nuovo, sola, sulle sponde della propria memoria».

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