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Tra arte e tragedia

· Sessant’anni di premi di fotogiornalismo ·

Ha ancora senso premiare le fotografie che meglio di altre descrivono avvenimenti di cronaca? C’è da chiederselo perché ormai, dopo ogni premio, non mancano le polemiche: si è data troppa importanza all’aspetto estetico, si è evidenziata eccessivamente la drammatizzazione della scena, è stato manipolato qualcosa per rendere migliore il risultato. 

Catherine Lorey, «Combattenti palestinesi in una strada di Beirut» (1976)

Difficile dare una risposta. Fatto sta che negli ultimi decenni si è consolidata la prassi di bandire concorsi per assegnare riconoscimenti ai fotoreporter che si sono distinti nel raccontare il mondo che ci circonda. Lo scrive Gaetano Vallini aggiungendo che forse oggi più di ieri, in un universo mediatico in cui i video stanno prendendo sempre più vantaggio rispetto alle fotografie, ma anche in un momento in cui per contro la fotografia ha raggiunto un livello di popolarità decisamente alto, questi premi si presentano come un tributo al lavoro spesso non facile del fotoreporter. Figura peraltro messa in crisi dalle crescenti difficoltà dei media a finanziarne le missioni e dall’inarrestabile ascesa dei social network, alimentati da milioni di foto riprese dagli onnipresenti smartphone, che non di rado danno conto in presa diretta di alcuni fatti di cronaca anche importanti. Emblematico quanto accaduto durante le cosiddette primavere arabe. Tanto che oggi più che in passato tali riconoscimenti sembrano più utili per farsi un nome e iniziare una carriera piuttosto che per coronarla.

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20 giugno 2019

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