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Totti non è Pavese

· La produzione letteraria dell’ultimo trentennio secondo Gianluigi Simonetti ·

La letteratura, si sa, è lo specchio narrativo di una società. Così è stato nel passato. Attraverso le parole, i ritratti, gli scavi psicologici, le vette o le voragini esistenziali che si dispiegavano di pagina in pagina, emergevano i tratti specifici di un mondo che viveva al di fuori della carta stampata. E leggere serviva innanzitutto a conoscere e a comprendere.

Un supermercato che vende anche libri

Così, anche oggi, una disamina accurata della produzione letteraria contemporanea, ci può aiutare a capire di che mondo siamo fatti. Se ne occupa, coraggiosamente, Gianluigi Simonetti in La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea (Bologna, Il Mulino, 2018, 454 pagine, euro 29) ripercorrendo la produzione letteraria nazionale negli ultimi trent’anni. E se basta dare un’occhiata alle classifiche settimanali dei libri più venduti e agli allestimenti dei supermercati del libro che hanno preso il posto delle librerie, per capire di che parole siamo sommersi, non possiamo certo sottrarci al compito di capire perché si scrive certa letteratura e soprattutto perché c’è un vasto pubblico che la legge. Certo che Pif e Totti non sono Fenoglio o Pavese. Il Novecento letterario italiano è insomma tanto lontano, dimenticato e forse perfino negato, sia nei suoi tratti classici sia nei suoi voli sperimentali.

Quel che ci troviamo tra le mani è dunque una letteratura totalmente altra che aderisce perfettamente alla nuova antropologia culturale dell’uomo medio italiano, con le sue caratteristiche esistenziali liquide. Insomma: «Proprio la letteratura triviale o d’intrattenimento sembra poter dire, oggi, qualcosa di specifico su quel che siamo abituati a chiedere all’arte e alla cultura». Così, con la scusa di ripercorrere la produzione letteraria degli ultimi decenni, Simonetti ci offre una vera e propria sociologia del gusto letterario contemporaneo, per dirla con Schucking. E forse molto di più.

Innanzitutto qualche nota di carattere generale: riguarda da una parte l’agonia della parola e la baldanzosa vitalità dell’immagine. Situazione che si fa ancor più drammatica, nella sua dimensione ridicola, nel momento in cui la prima ritiene di poter avocare a sé la sintassi della seconda e soprattutto il suo ritmo. Provando, tuttavia, un lacerante e nevrotico senso di inferiorità. Il risultato è una letteratura provvisoria, che si accontenta «di impressionare, divertire» emulando i canoni specifici dello spettacolo.

Un secondo aspetto riguarda la natura stessa della letteratura: «Tra Otto e Novecento la buona letteratura si era immaginata soprattutto come esperienza conoscitiva, basata sui tempi lenti della riflessione e della pedagogia; dall’ultimo Novecento in poi tende a diventare esperienza emotiva».

Un terzo ed ultimo aspetto riguarda invece quella sorta di pretenziosa e utopica definizione di democraticità letteraria, o del talento letterario, che ha portato, stante un numero di lettori che in Italia in trent’anni non ha guadagnato uno zerovirgola, alla decuplicazione delle pubblicazioni, soprattutto di narrativa, anche grazie al basso costo dell’autoproduzione. Per cui casalinghe annoiate, professionisti frustrati, sognatori sgangherati, grazie ad una media scolarizzazione e ad un piccolissimo budget, possono autodefinirsi scrittori.

Gli scrittori quelli veri, o almeno quelli certificati come tali dal mercato e dallo star system, di cui si occupa Simonetti, quelli sì, sono artefici di un’operazione culturale quanto meno di riflesso. Non perché raccontano il mondo in cui vivono, non perché aiutano la società a conoscerlo e a conoscersi, ma perché fungono da superficie uniforme, levigata e riflettente. Uno specchio perfetto in cui ogni esistenza possa trovare, nella lingua sua propria, una narrazione del sé, reale o immaginario. Insomma, la letteratura come forma espansiva dei social network, in cui la personalità è rappresentata per schemi antropologici tanto al chilo, buoni giusto per dire anch’io esisto, mi piaccio e soprattutto si parla proprio di me, dunque piaccio al mondo. Su tale superficie — scrive Simonetti — il lettore «non deve ascendere, né farsi strada: deve scivolare» come in una sorta di tutorial esistenziale.

Il panorama, seppur vastissimo, della produzione letteraria italiana degli anni Novanta e dei primi due decenni del Duemila, è facilmente compattabile in poche giare tematiche, nelle quali si dicono cose identiche, spesso sovrapponibili. Ma Simonetti è chiaro: nessuno se ne accorge o se ne cura; quel che conta non è il contenuto, ma l’etichetta che porta sulla maglietta l’autore. È insomma questione di brand letterario affidato più al marketing che alla critica specializzata (che d’altra parte in un mondo di opinionisti onnipresenti e onnisapienti, è essa stessa divenuta “circostante”).

La giara dell’amore è certo quella più capiente. Amore rigorosamente adolescenziale, perché è proprio l’adolescenza il buco nero in cui è implosa l’esistenza perennemente Tre metri sopra il cielo (Moccia). Amore con le sue connessioni con la libertà, con la sessualità, con le sue “scissioni del cuore”, le sue ambiguità. Un amore che presenta una orizzontalità vertiginosa. La giara dell’identità è altrettanto corposa: identità di genere innanzitutto, in cui diviene sublime lo scoprire che si è maschi o femmina, o altro, così come la giara dell’eros tout court, così esasperato e ossessivo da essere un problema prima ancora che una possibilità. Vi è poi la giara della denuncia sociale, della letteratura borgatara (sulle ceneri di Pasolini), l’epopea esotica mafio-criminale di cui Gomorra di Roberto Saviano è capostipite.

Un capitolo a sé Simonetti lo dedica alle autobiografie “favolose” degli scrittori televisivi, (giornalisti, soubrette, presentatori, cuochi, ballerine, comici, calciatori, cantanti...) analizzate in modo impietoso: tutte uguali nel ricordare con la lacrima pronta i propri morti, nel richiamare ad una vita (milionaria) semplice e frugale, a mettere in cattiva luce il mondo dello spettacolo, a cercare un rametto genealogico che offra qualche quarto di nobiltà culturale ad una vita tutta lustrini, riflettori e fondotinta (Insinna, Clerici, Fazio, Parietti, Gruber, eccetera). È la giara dei moralisti che ammaestrano i lettori, fingendo di sforzarsi di essere proprio come loro, i buoni vicini cui chiedere lo zucchero. In realtà quel che si compie è una «sovraesposizione dell’io» e «una miniaturizzazione del mondo». Ma non è forse quel che accade al lettore stesso, casalinga, operaio, professore o medico, quando si autorappresenta nelle sue vacanze, nelle sue cene, nel suo tempo libero, nelle sue relazioni, e perfino nei suoi lutti?

Insomma, scrittore e lettore, nello spazio circostanziale, sono totalmente sovrapponibili. Venuta meno l’aura letteraria e culturale, se n’è imposta un’altra che proviene dalla distanza segnata dallo schermo piatto del televisore, dal numero di follower dei profili social, da un marketing imperante e invasivo.

Quadro desolante, non v’è dubbio, che il libro di Simonetti contribuisce a mettere in luce con argomentazioni critiche, con metodo analitico, con passione filologica. Quadro irreversibile? Non si può sapere e forse non è neppure questo il problema. Certo, sul medio e breve periodo non vi sono segnali di cambiamento e nomi che possano dirci che si sta aprendo una nuova stagione. Dunque teniamoci stretto l’epitaffio di Rainer Werner Fassbinder che Simonetti usa in apertura del libro: «Ciò che non siamo capaci di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo».

di Giacomo Scanzi

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24 agosto 2019

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