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Tornare a gettare le reti
con fiducia
e responsabilità

· Difesa dell’ambiente e occupazione i temi al centro della Giornata mondiale della pesca ·

È celebre la familiarità di Gesù con il mestiere del pescatore! Alla pesca si associa la prima chiamata dei discepoli (Matteo, 4, 18-22; Marco, 1, 16-20) e l’inizio della comunità ecclesiale. Gesù si è persino spinto a introdurre una nuova figura, quella di «pescatore di uomini», per mostrare come la pesca rappresenti una metafora significativa dei rapporti di discepolato e di sequela. Il brano della pesca miracolosa (Luca, 5, 1-11 e Giovanni, 21, 1-14) è così famoso da interpretare un modo della Chiesa di rapportarsi con Gesù. Eppure quell’episodio rappresenta in modo realistico alcune dinamiche della pesca. Se ne vedono tre.

La prima è data dal fatto che la pesca è un lavoro in società: il Vangelo racconta di «due barche accostate alla sponda» (Luca, 5, 2). La pesca è sempre frutto di una comunità di persone che si organizza e si dedica al lavoro nel mare. Questo è vero sotto diversi punti di vista. La «filiera del pesce» è un insieme di competenze: chi costruisce pescherecci o ne cura la manutenzione (cantiere navale), chi tesse le reti o fabbrica il materiale necessario per pescare, il comandante dell’imbarcazione, chi si dedica materialmente alla pesca, chi si occupa della vendita sul mercato, l’armatore che investe finanziariamente sull’attività, la capitaneria di porto che vigila, chi promuove il marchio di un territorio. C’è anche una comunità di persone che condividono la stessa vita lavorativa: notti in mezzo al mare, fatiche, soddisfazioni, speranze, attese. Oggi, dal punto di vista economico ci rendiamo sempre più conto che, senza una comunità di pescatori, il lavoro e il territorio non riescono ad essere adeguatamente valorizzati. Si entra in una logica di competizione assoluta che tarpa le ali al giusto riconoscimento delle persone e della vocazione lavorativa di un luogo.

La seconda caratteristica della pesca è che siamo davanti a un lavoro «precario». E non è solo questione di contratti a tempo determinato. C’è sempre il rischio del fallimento. Pietro lo ammette candidamente: «abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (Luca, 5, 5). C’è un divario tra la fatica e la riuscita, tra l’attesa e l’esito. Soprattutto in questo lavoro si è affidati. Il pericolo è che qualcuno si rassegni alla delusione e possa concludere che non ne vale la pena! Oggi sono diversi i motivi che possono far pensare al pescatore il fallimento: la sempre più scarsa presenza di riserva ittica, dovuta anche alla logica predatoria ed estrattivista che non consente il ripopolamento delle specie marine; l’oscillazione del mercato e dei guadagni, che non trova riscontro adeguato tra la fatica sudata e il compenso economico; i limiti esterni che talora rischiano di imbavagliare la pesca rendendo la vita del pescatore impossibile (si pensi alle normative restringenti, ai cambiamenti climatici e stagionali, alla concorrenza sleale di pescatori illegali). Tutto ciò rende difficile il mestiere. Lo si vede dalla difficoltà di ricambio generazionale, per cui i giovani sono sempre più distanti dal lasciarsi consegnare l’eredità di un mestiere con tutti i suoi segreti. Non è scontato il passaggio di un peschereccio di padre in figlio, sia per le fatiche legate ai ritmi del lavoro, sia per i guadagni sempre più risicati e le burocrazie che talvolta uccidono ogni più roseo slancio entusiastico.

La terza considerazione realistica che il Vangelo ci offre è che la pesca può rappresentare un bel momento di riconciliazione con la vita. Dietro a tanto sudore, l’abbondanza o una buona battuta di pesca, come accade nel brano evangelico dopo il coraggioso gesto di seguire il consiglio di Gesù a gettare di nuovo le reti, è segno di benedizione. Si può ritrovare la motivazione per continuare a prendere il largo in mare. C’è gioia immensa in una pesca riuscita, che ridona fiducia nel futuro, riempie di soddisfazione, fa capire che ne vale la pena: il mare è ricco di sorprese e fonte di benedizione! È bella la tradizione radicata in alcuni porti italiani di chiedere la benedizione del prete prima di intraprendere una pesca impegnativa anche molto distante dalla propria città (per esempio quella dei tonni). Si invoca un accompagnamento divino benevolo non solo per avere un tempo favorevole, ma anche in vista di un esito abbondante che ripaghi la fatica a caro prezzo. Ciò significa molto spesso distanza dalla famiglia, dagli affetti, capacità di stare in mezzo ai pericoli del mare e di sopportare notti insonni!

Il Vangelo permette di scoprire alcune caratteristiche comuni al mestiere, che per altri versi è molto cambiato ed è ancora in via di trasformazione. Oggi i pescatori in Italia sono circa 25.000 e l’indotto vede impegnati altri 100.000 lavoratori. Secondo i dati della Fondazione Fai Cisl, in Sicilia si contano 6.600 addetti al settore, in Puglia 3.850, in Sardegna 2.600, in Veneto 1.900, in Campania 1.850, nelle Marche 1.500, in Calabria 1.250, in Abruzzo 1.100, in Emilia Romagna e Lazio più di 900, in Toscana 800, in Liguria quasi 700. La flotta si è ridotta in questi ultimi anni a causa di una scarsa redditività. Nonostante l’Italia abbia oltre 8.000 chilometri di coste, viene importato il 73 per cento del pesce che arriva sulla tavola. Nel 2017 in Italia si sono prodotte 348.000 tonnellate di pesce tra pesca marittima e acquacoltura, mentre 123.000 tonnellate di pesce sono state esportate. Ciò è avvenuto a fronte di consumi interni che sono giunti a 1,29 milioni di tonnellate.

Quali problemi sta vivendo la pesca in questo momento storico? Alcune riflessioni vanno fatte circa la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali in grado di sostenere il reddito dei lavoratori in casi di «fermo biologico» obbligatorio e in caso di impraticabilità della navigazione a causa del maltempo o dell’insabbiamento dei porti. Anche la crisi del mercato talora fa sentire i suoi influssi.

Inoltre, appare sempre più necessario offrire il riconoscimento del lavoro di pescatore come usurante per la situazione operativa spesso rischiosa: si è sempre in movimento e le condizioni meteorologiche non sempre sono favorevoli. Il calendario che regola la pesca dovrebbe tener presente anche le esigenze territoriali. Andrebbe considerata la possibilità di un passaggio da un plafond settimanale a uno annuale, con lo stesso rigore di controlli. A questo si aggiungano le perdite dovute alla pesca illegale e non regolamentata: tutto ciò influisce sull’attività produttiva del settore.

Da ultimo, in questo tempo occorre favorire un ricambio generazionale che possa contribuire all’innovazione e alla sostenibilità. È opportuno investire in una seria formazione professionale dei giovani, nell’aggiornamento tecnologico e nella capacità di fare rete e squadra perché si salvaguardi insieme sia la sostenibilità ambientale (l’ecosistema marino) sia quella economica (tutela e promozione del pesce di qualità). Il ricambio intergenerazionale non si può più improvvisare, né si può pretendere che la pesca rimanga solo «attività di famiglia». Il ricambio può realizzarsi attraverso un serio investimento economico e formativo. Va preparato facilitando l’accesso al credito per i giovani che intendono affacciarsi a questo mondo e aprire un’attività. Inoltre, va favorita l’acquisizione di competenze e di valori motivazionali.

La promozione del «Made in Italy» per quanto riguarda la pesca non concerne solo la qualità del pesce pescato per il particolare ecosistema del Mediterraneo o persino dei singoli mari (l’Adriatico, il Tirreno, lo Ionio sono veri e propri biomi), ma anche uno stile che va costruito e fatto crescere. Potrebbe essere particolarmente importante creare connessioni, reti, capacità di coniugare solidarietà e sostenibilità. Si tratta di valorizzare il prodotto ittico territoriale come marchio di qualità e capace di tutelare la provenienza. Occorre uscire dalla tentazione di una competizione di «tutti contro tutti» per favorire il sorgere di una rete territoriale tra pescatori che promuovono la medesima pesca.

Anche la scelta più volte elogiata da Papa Francesco di raccogliere plastica nel mare va vista nell’ottica di una cura per il creato che diventa necessariamente cura per la qualità del pesce che si pesca. Un mare pulito è un bene dell’umanità tutta e diventa valore aggiunto nel prossimo futuro di fronte ai tentativi di mettere sul mercato pesce scadente, catturato in mari particolarmente inquinati di plastica. La stagione che stiamo attraversando va affrontata con slanci di visione più che in difesa di un passato che non c’è più. A tal riguardo fa pensare che la Chiesa si sia sempre più avvicinata alla pesca con una riflessione nel merito e non con una generica considerazione del lavoro di pescatore.

La Giornata mondiale della pesca che si celebra il 21 novembre è occasione per riflettere. Nel messaggio diramato dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale si fanno alcune proposte concrete. Tra esse appaiono importanti quelle di «ascoltare le voci dei pescatori e delle loro famiglie, sostenendo la loro volontà e capacità di organizzarsi e autodeterminarsi» o di «insistere sulla responsabilità sociale delle imprese — dai conglomerati multinazionali alle piccole imprese familiari — degli enti di credito e degli investitori, sia che lavorino in mare o a terra nelle filiere di approvvigionamento e trasformazione del pescato; e fare in modo che vi sia l’obbligo di rimediare tutte le volte in cui nel settore ittico i diritti umani sono calpestati o ignorati».

Appare fondamentale anche «responsabilizzare i consumatori, che con il peso delle loro scelte possono condizionare le decisioni e le scelte di mercato delle imprese e favorire un ambiente di lavoro più umano e dignitoso, senza negligere la frequente e problematica pressione esercitata dalla pubblicità».

È la stagione in cui gettare di nuovo le reti. Con fiducia ma anche con responsabilità. Rimane ancora attuale l’invito del Maestro a prendere il largo!

di Bruno Bignami

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20 febbraio 2020

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