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Tommaso Moro
un uomo
per questa stagione

· Fede e umorismo ·

Hans Holbein il Giovane, «Ritratto di Tommaso Moro»  (XVI secolo)

Il 22 giugno la Chiesa cattolica celebra la festività di san Tommaso Moro. Il santo patrono dei politici che per fedeltà alla Chiesa di Roma e alla sua coscienza affrontò il martirio per opera del re di Inghilterra, lo scismatico Enrico VIII. Splendido il ritratto che di questo santo ne diede il suo grande amico, Erasmo da Rotterdam: «Nelle vicende umane, anche quando si tratta di argomenti molto seri, riesce a cogliere sempre qualcosa di interessante e piacevole. Con i dotti e i saggi gusta le gioie dello spirito, con gli ignoranti e gli scriteriati si diverte alle loro sciocchezze. Non lo infastidiscono neppure i buffoni, avendo il dono di sapersi adattare con un’abilità fuori del comune agli umori degli altri (...) Pratica con cura la vera pietà ed è lontanissimo da ogni superstizione. Ha le sue ore consacrate a Dio, a cui innalza le sue preghiere non per abitudine ma con intimo fervore. Quando con gli amici parla della vita futura, si capisce che le sue parole, aperte alla più grande speranza, vengono dal profondo dell’animo. E così si comporta anche alla corte del re. E poi dicono che i buoni cristiani si trovano solo nei monasteri!».

Ad Erasmo si deve la definizione, ideata proprio per Tommaso Moro, di «uomo per tutte le stagioni» a voler indicare quella sua grande affabilità che lo rendeva capace di essere amico di tutti, senza alcuna distinzione, trovandosi a suo agio in ogni contesto e sapendo trovare le parole più giuste per ogni occasione e per ogni persona. Per dirla con san Paolo: «Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei (...) debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno».

È significativo che questa espressione, nel linguaggio comune del nostro paese, ha assunto un significato del tutto diverso, di segno negativo anziché positivo, perché anziché indicare il senso del servizio rivela l’attaccamento al potere: “un uomo per tutte le stagioni” è un uomo legato al potere, capace di “riciclarsi” in ogni situazione pur di continuare a esercitare la sua influenza, sempre pronto a giustificare la sua presenza in prima linea. È un amaro segno dei tempi e invece oggi ci sarebbe davvero bisogno di uomini per tutte le stagioni nel senso erasmiano del termine. Uomini cioè pronti a mettersi a servizio di tutti, disponibili ad ascoltare gli altri perché sanno che da tutti si può apprendere, uomini aperti alla diversità che proviene dall’incontro con gli altri e dal passaggio del tempo che porta sempre novità e cambiamenti.

L’opposto di quello che avviene oggi, anche a causa delle recenti evoluzioni tecnologiche, la Rete, che portano spesso gli individui a ritagliarsi bolle di mondo in cui si trovano solo i simili e i diversi sono espunti. Proprio la stagione di oggi è quella che ha bisogno di un Tommaso Moro.

Nell’ultimo mese su queste pagine abbiamo ospitato le voci di diversi intellettuali italiani che riflettono sull’attuale crisi della società italiana e sulla responsabilità dei cattolici rispetto all’impegno per il bene comune. Alcuni di queste voci hanno messo in risalto l’elemento del rancore che sembra contraddistinguere l’attuale momento storico e con esso la deriva di una società accartocciata in un soffocante individualismo. Sempre su queste pagine da qualche settimana abbiamo attivato una pagina intitolata «Fede e umorismo». Le cose sono collegate: la crisi politica, il rancore, la fede, l’umorismo e la figura di san Tommaso Moro. Raffinato politico, uomo di grande cultura, il lord Cancelliere è dotato di un profondo senso dell’umorismo che lo accompagnerà fino all’ultimo giorno della sua vita, si racconta che quando il boia gli si avvicinò per chiedergli perdono, lo baciò affettuosamente e gli disse: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua riputazione».

Per il buon umore Moro comporrà una preghiera, molto cara a Papa Francesco, che recita: «Dammi la salute del corpo, col buonumore necessario per mantenerla. / Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, / e non permettere che io mi crucci eccessivamente / per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”. / Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo, / concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, / affinché conosca nella vita un po’ di gioia / e possa farne parte anche ad altri».

Il caso di Tommaso Moro dimostra quanto sia vera l’intuizione di Chesterton secondo cui «il santo è una medicina perché è un antidoto. Ed è per questo anche che il santo è spesso un martire; viene scambiato per un veleno proprio perché è un antidoto. Eppure ogni generazione cerca il suo santo d’istinto, ed egli non rappresenta tanto ciò che la gente vuole quanto ciò di cui essa ha bisogno (...) il paradosso della storia è che ogni generazione è convertita dal santo che maggiormente la contraddice».

Moro è stato un martire del Cinquecento, ma la sua santità imperniata sul suo senso dell’umorismo lo fa ancora oggi essere segno di contraddizione della nostra attuale generazione, così superstiziosa, seriosa e solenne, soffocata da «quella cosa troppo invadente che si chiama “io”».

di Andrea Monda

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16 luglio 2019

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