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Tintin reporter dietro le quinte del Vaticano

In una fredda sera parigina, il 18 gennaio 2017 un’aula del Collège des Bernardins si era affollata all’inverosimile per una circostanza singolarissima in luogo tanto austero: una tavola rotonda organizzata da Antoine de Romanet, intelligente condirettore del dipartimento Politica e religioni del Collège (poi divenuto vescovo e ordinario militare di Francia), intitolata «Tintin reporter dietro le quinte del Vaticano» e affidata a quattro accademici tutti appassionati dell’eroe creato da Hergé. Pubblichiamo una sintesi dei loro interventi. Allo stesso tema hanno dedicato un dossier la rivista «le débat» (n. 195, maggio-agosto 2017, pp. 132-158), la storia di copertina il settimanale belga «Le Vif» (n. 3474, 1-7 febbraio 2018) e un libro lo scrittore Bob Garcia (Tintin, le diable et le Bon Dieu, Paris-Perpignan, Desclée de Brouwer, 2018, pagine 248, euro 17,90). Forse a Tintin sarebbero piaciuti.

Il precedente di Shakespeare

Da «Uomini  sulla luna»

Credo che Tintin sia un successo culturale, persino artistico, e senz’altro uno dei migliori prodotti che resteranno del nostro XX secolo, che oggi disprezziamo e denigriamo tanto. Ciò mi ha fatto pensare che, alla fine, se veramente Hergé e Tintin (sono la stessa cosa) sono quel che va salvato del XX secolo, ci devono essere dei precedenti. Io ne ho trovato uno, che da tempo mi appare evidente, che vi illustro e che mi permette di ritornare al punto di partenza e al tema di questa serata. Tale precedente, il paragone che si può stabilire — tenetevi forte — è quello tra Tintin (o Hergé, è la stessa cosa) e Shakespeare!

Shakespeare è stato il grande uomo della fine del Rinascimento. Cercherò di sviluppare davanti a voi la tesi — che forse vi divertirà — secondo cui Hergé è semplicemente lo Shakespeare della fine del XX secolo. Quali sono i loro punti in comune? Esporli mi permetterà di ritornare sulla questione di scoprire fino a che punto Shakespeare ed Hergé sono cattolici.

Innanzitutto, chi era Shakespeare? Si è detto un autore, ma non è vero. Noi non sappiamo nulla di lui, la sua biografia ci è del tutto sconosciuta. Ne sappiamo abbastanza per sapere che non ne sappiamo abbastanza su di lui! Di fatto, per capire Shakespeare — è quello che ho cercato per tanto tempo di spiegare ai miei studenti e nessuno mi ha mai contraddetto, neanche tra i colleghi — per capire bene Shakespeare occorre ricordarsi che era diventato un impresario teatrale per caso: non si è mai ritenuto un genio, doveva produrre spettacoli per far vivere la compagnia per la quale scriveva le sue opere, perché le persone tornassero e perché ne parlassero per far assistere altre persone alla rappresentazione seguente nel Globe Theater. Hergé faceva la stessa cosa. C’è un altro impresario teatrale lì in fondo, della stessa razza di Hergé e di Shakespeare, ed è l’abbé de Romanet! È l’arte che aveva Shakespeare di riempire la sala e di far sì che le persone tornassero, che si parlasse dell’opera e che quelle persone ne facessero venire altre. Hergé non doveva riempire sale, ma far sì che la gente ricomprasse il giornale la settimana dopo. Dunque, primo tratto comune tra Shakespeare ed Hergé: non sono autori, non si ritengono geni, non sono persone che hanno meditato anzitempo un’opera, ma hanno semplicemente fatto il loro lavoro per rispondere a bisogni molto concreti. Tutta l’arte di Hergé consisteva nel far sì che l’ultimo disegno in basso a destra della pagina creasse una suspense insostenibile per far vendere il giornale della settimana seguente, che ai miei tempi usciva il giovedì. La loro opera ha avuto un rilevanza che non si aspettavano assolutamente. In altre parole, se sono dei geni, non l’hanno fatto apposta.

Secondo punto in comune, legato al primo: non sono neppure geni isolati e solitari. A partire dai secoli XVIII e XIX, si era diffusa l’idea che l’autore fosse un essere unico, mentre c’erano dei laboratori, come nel Rinascimento. Siamo noi a essere sfalsati rispetto alla realtà storica. Naturalmente era Hergé a firmare, per cui faceva molta attenzione a tutto, ma aveva dei collaboratori e ha creato gli Studios Hergé. Quanto a Shakespeare, era un uomo di teatro e non era assolutamente solo: aveva dei collaboratori e un’intera compagnia teatrale.

Un altro tratto simile è che abbiamo quasi tanti album di Tintin quante opere di Shakespeare! Se dovessimo suddividere l’opera, potremmo dire che Quick et Flupke, l’opera di gioventù, sono i Sonetti, e che le opere su commissione — che si leggono meno volentieri oggi — Le avventure di Jo e Zette e Jocko rappresentano un po’ Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia di Shakespeare, che sono grandi poemi ma letti da pochi oggi, fatta eccezione per gli esperti.

Altro punto in comune: i nostri due impresari teatrali o intrattenitori pubblici hanno cambiato generi. In Shakespeare ce ne sono tre e anche in Tintin (o Hergé). In Shakespeare ci sono la commedia, la tragedia e la storia (storie in inglese); in Hergé sono mescolati, nello stesso album, umorismo, avventura e anche attualità, al posto della storia.

Infine, sia Hergé che Shakespeare sfuggono un po’ al nostro desiderio istintivo, legato alla nostra cultura, di spiegare l’opera attraverso l’uomo, come si diceva un tempo. Ci sono stati dei tentativi in tal senso: Serge Tisseron, psicanalista, leggendo Tintin, ha intuito che era accaduto qualcosa nel passato di Hergé. Ma Hergé e Shakespeare sono due personalità alquanto misteriose. Su Shakespeare si sa che non sappiamo granché. Perché aveva sposato una donna più anziana di lui? Perché ha bruscamente smesso di fare teatro? Quanto a Hergé, conoscete le ipotesi che sono state formulate sul fatto che una delle sue nonne aveva avuto due figli da un padre ignoto e forse aveva peccato con un membro della famiglia reale: Hergé, in Il segreto del Liocorno, avrebbe… Ma noi non ne sappiamo nulla, e direi che è un po’ la stessa cosa per Shakespeare. Non sappiamo fino a che punto l’iter personale, la storia, la biografia di Shakespeare, come quella di Hergé, abbiano potuto influenzare ciò che hanno scritto. Due uomini dalla rilevanza incredibile ma della quale non possiamo dire che è radicata nella loro biografia.

Con un’eccezione, poiché sappiamo — e questo è un nuovo punto di somiglianza e di accostamento a Hergé (e Tintin) — che Shakespeare era certamente cripto-cattolico. Non ne abbiamo una prova certa. Solo indizi. Potrebbe essere che Shakespeare abbia dovuto unirsi a una compagnia teatrale perché la fortuna di suo padre era minacciata a causa delle sue supposte simpatie per i papisti. Però non ammise mai espressamente di essere cattolico. E neppure Hergé. Ma era chiaro che lo era per tradizione, nascita e ambiente; ha lavorato per l’abbé Wallez al «Petit Vingtième» e ha addirittura sposato in prime nozze la segretaria dello stesso Wallez. Anche se Hergé si è interessato a molte altre cose, nel profondo è rimasto cattolico. Cattolico come lo è stato Shakespeare, ossia senza ostentarlo. Nel caso di Shakespeare fu per poca convinzione, per prudenza, per mancanza di coraggio? Nel caso di Hergé, si trattava sicuramente di prudenza, e c’erano forse anche una certa timidezza e una qualche difficoltà ad assumere la libertà che il cattolicesimo gli aveva dato. La fede che è stata data a Hergé, che non aveva scelto ma che aveva ereditato e di cui era pervaso, non solo rendeva libero il suo sguardo, ma acuiva anche la sua creatività.

di Jean Duchesne

Le cose dal punto di vista di Dio

Da «Tintin nel paese dei Soviet»

Vorrei richiamare la vostra attenzione su una serie di immagini che ci dicono qualcosa del rapporto di Tintin con Dio, nel periodo classico di Tintin. E ciò anche al fine di assicurare una transizione con quanto esposto dal mio caro e illustre collega, oltre che amico, Jean-Luc Marion. La natura rigorosamente umana della temporalità narrativa, se si oppone a quella temporalità tecnica per la quale Hergé era versato, esclude qualsiasi riferimento alla trascendenza? Si tratta qui del tema del Dio di Tintin. Che ne è dell’invocatio Dei, ossia dei momenti in cui si nomina Dio? Si nomina Dio in Tintin? Tintin nomina Dio? La risposta è chiaramente sfumata. I momenti in cui si nomina Dio (invocatio Dei) sono molto rari in Tintin.

All’inizio Tintin appare come un piccolo cattolico molto gentile, per bene. In Tintin in Congo — che, vi ricordo, ha contribuito anche alla glorificazione dell’opera dei missionari belgi — quando l’ignobile cattivo che vuole uccidere Tintin cade nell’acqua ed è divorato dai coccodrilli, Tintin esclama: «Dio accolga la sua anima!». In Il loto blu, lo stesso piccolo cattolico molto gentile, quando viene a sapere che il signor Mitsuhirato ha fatto harakiri, dice: «Dio accolga la sua anima, ma era un brutale furfante!».

Poi quasi più nulla. Tintin nomina Dio molto raramente. Che sia o meno in relazione con l’evolversi della fede o della miscredenza di Hergé sono i biografi a doverlo dire. Come individuare una vera invocatio Dei? Come distinguerla da formule banali, mediante le quali, persino gli atei si sorprendono a dire: «Dio, grazie», «grazie a Dio!», «Dio sa dove!», «Dio sa se...» e così via, e persino «Addio»? Io non posso sondare i reni e il cuore, e certamente non i reni e il cuore di Nestor che risponde al capitano in I gioielli della Castafiore: «Anche Dio vi ascolta, signore!», «Hai sentito?» gli aveva chiesto Haddock. «Anche Dio vi ode, signore!»: si tratta di una vera preghiera, di una confessione di fede esplicita, o si tratta di una formula bell’e fatta? Dio solo lo sa, giustamente!

C’è tuttavia una formula che mi sembra interessante in L’affare Girasole. Si tratta di una “confessione di fede grafica”, se così si può dire. Siamo a Nyon, direzione Saint-Cierge. Tintin e Haddock si sono quasi fatti investire: sono sfuggiti — grazie a Dio, è il caso di dirlo — alla Traction delle ignobili e malvagie spie e Tintin esclama: «Voglia Dio che non arriviamo troppo tardi!». Voglia è congiuntivo con valore ottativo; è un auspicio.

È interessante vedere come le traduzioni, quelle che ho potuto consultare, se la siano cavata con questa frase. Alcune riprendono la formula alla lettera, come in spagnolo. Altre la traducono con formule più piatte e secolarizzate: in inglese Let’s hope!, in tedesco Keine Zeit verlieren!. Mi chiedo se si possa prendere la formula alla lettera e vedervi una sorta di preghiera minima, di preghiera di base, un atto di speranza nella benevolenza divina.

La seconda striscia è altrettanto interessante perché continua per due riquadri completamente muta. Il secondo riquadro mostra Tintin e Haddock giunti al cancello della casa del professor Topolino, che è chiuso. Il terzo mostra Tintin e Haddock mentre aprono il cancello. E questa immagine è vista dall’alto. E non è la sola dell’album, ce ne sono altre due o tre, ma questa è del tutto ridondante: è perfettamente inutile per lo svolgimento del racconto.

Hergé avrebbe benissimo potuto rappresentare Tintin e Haddock mentre aprono la porta. L’immagine è del tutto inutile — a prima vista almeno — ed è interessante solo perché presenta un altro punto di vista, su una scena quasi identica. È un punto di vista che non corrisponde a nessun luogo in cui un osservatore umano potrebbe porsi, se non forse con delle ali o su un ultraleggero, ma non è questo il caso. Nessuno ha mai visto Dio: si osa poco rappresentarlo, persino nelle vignette — se non sotto forma di caricatura sempre di dubbio gusto — ma si può offrire un’immagine del modo in cui vede le cose. Le cose sono ora viste dal punto di vista di Dio, secondo una metafora molto antica, quella per esempio di Boezio nel De philosophiae consolatione: Dio che vede ciò che accade, che vede i fatti con uno sguardo eterno, se così si può dire, li vede come se stesse in cima a una montagna.

di Rémi Brague

Per capire quello che accadrà

Qual è la sfida, soprattutto per un lettore giovane (tra i 7 e i 77 anni, ma più vicino ai 7, diciamo), insita nella lettura di Tintin? La mia esperienza è stata molto chiara al riguardo. Quando ho letto per la prima volta Tintin, credo all’età di dieci anni, durante un felice periodo di lunga malattia, ho scoperto — leggendo Il granchio dalle chele d’oro — una storia di traffico di oppio. Ho letto tutta la storia, con grande piacere, senza sapere che cosa fosse l’oppio. Perché, beninteso, un ragazzo ben educato, a dieci anni, non sapeva che cos’era l’oppio, nei tempi passati. Solo molto dopo ho capito che cos’erano l’oppio e il suo traffico.

E Tintin è anche il denaro falso (L’isola nera), il traffico di schiavi, la vendita di armi, le dittature, i colpi di stato, le invasioni. Ho letto Lo scettro di Ottokar senza conoscere l’Anschluss: l’ho capito solo in seguito. Allo stesso modo, i problemi delle colonie o delle invasioni, come la guerra sino-nipponica (Il loto blu) sono cose che ho capito poi. Cioè in Tintin si apprende quello che non si è ancora vissuto. Ovvero Tintin non racconta una storia. È un attore anonimo. Noi vediamo quello che lui vede. Ci dà di fatto gli elementi, per così dire, concettuali, che ci consentiranno di capire la storia quando ci accadrà. Ogni lettura insegna i concetti delle cose che non ha mai intuitivamente sperimentato in anticipo. Tintin ci insegna il mondo che non abbiamo visto, come un dizionario, un’enciclopedia, dandoci le parole e i concetti per capire più tardi la realtà.

Per esempio, gran parte della mia vocazione universitaria è stata innescata — suppongo — da un’osservazione del professor Alambicco in Lo scettro di Ottokar, che, a proposito della sigillografia, dice due cose che io ho scoperto in seguito. Dice innanzitutto: «È lo scettro di Ottokar», con una piccola nota in cui precisa che non bisogna confondere Ottokar di Syldavia con Ottokar di Boemia. La prima volta che sono andato a Praga, sul ponte Carlo, tra i souvenir in vendita ho visto uno scettro di Ottokar di Boemia, che ho subito comprato, perché sapevo che non bisognava confonderlo con Ottokar di Syldavia. Sapevo dunque che cos’era la sigillografia prima di aver mai visto un suo supporto empirico. E Alambicco dice: «Come! Non sa che cos’è la sigillografia? Ma è molto interessante». Quel «molto interessante» è la frase universitaria per eccellenza! Che cosa viene definito argomento molto interessante? Un argomento che, fino a quel momento non ha interessato nessuno e che forse, una volta sostenuta la tesi, continuerà a non interessare nessuno! Il «molto interessante» è l’introduzione, per così dire, attraverso la parola performativa magica, nel modo di ragionare universitario.

Tintin è colui grazie al quale impariamo ciò che poi ci permetterà di capire la nostra stessa storia. Tintin dà inizio ad avventure e a crisi, ed è anche colui che t’insegna quello che non è ancora accaduto, ma che ti accadrà: ossia leggi quello che è accaduto a Tintin nell’avventura, che prima o poi diventerà comunque la tua avventura. Dunque l’effetto di Tintin è che, quando incontrerò l’evento che è già stato scritto in Tintin, lo capirò e dunque, in un certo senso, verrò istruito da Tintin e lo saprò. Perciò sono legato a Tintin. Allo stesso modo, si può dire che l’alfabeto cirillico e l’uranio si trovano in Tintin prima che nella realtà.

Prendo un altro esempio universitario. Il professor Calys, l’astronauta, che è un universitario puro, dice di aver previsto la fine del mondo. Ma, anzitutto non è lui ad aver fatto i calcoli, bensì il suo assistente! Poi la fine del mondo non arriva e lui è molto deluso, perché ha detto: «Se il mondo crollasse, diventerei celebre perché sono stato io ad averlo previsto!». Non vedere il mondo esterno è tipico di un certo tipo di universitario! In secondo luogo, a consolarlo è che nello spettro dell’aerolite viene scoperto un metallo ancora sconosciuto. E non è Calys ad averlo visto, ma l’assistente. Calys dice: «Sono di nuovo famoso. Lo chiamerò “calysteno”!». Il problema di Calys è che è talmente ossessionato dalla sua notorietà — fino a quel momento inesistente — da cercare di esistere fino alla fine dell’album. Ed è Tintin che gli consente di esistere riportandogli un pezzo di «calysteno», un pezzo di roccia dell’aerolite da cui forse si può estrarre del calysteno! Non si sa. Pe me questo è stato un insegnamento anticipato di quella che sarebbe stata la mia vita di ricercatore.

di Jean-Luc Marion

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20 luglio 2019

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