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Thriller dell’anima

· ​Il lungometraggio d’esordio di Gianclaudio Cappai ·

Malato di cancro, Bruno (Michele Riondino) decide di seguire la fidanzata (Valentina Cervi), impegnata in un trasferimento dovuto al suo lavoro di restauratrice. Non è però l’amore a spingere l’uomo, quanto una misteriosa necessità che ha a che fare con un passato non del tutto dimenticato. Durante una sosta in campagna apparentemente casuale, finirà in un casolare abitato da un padre e una figlia (Vitaliano Trevisan e Elena Radonicich). 

Michele Riondino e Valentina Cervi  in una scena del film  «Senza lasciare traccia» (Gianclaudio Cappai, 2016)

Sarà l’occasione per una inaspettata resa dei conti, con cui Bruno è convinto di liberarsi anche della malattia del presente. Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che il regista Gianclaudio Cappai, che qui esordisce nel lungometraggio ha all’attivo un cortometraggio che ha vinto vari premi, Purché lo senta sepolto (2006), e un mediometraggio presentato al festival di Venezia, So che c’è un uomo (2009). Tutti e tre i lavori hanno in comune un’ambientazione brontiana, brulla ma lirica, in cui si avverte una tensione fra una natura aspra eppure apparentemente placida e tutta una serie di vibrazioni sotterranee, fornite dal vissuto dei pochi personaggi che abitano queste terre desolate. I tre film possono dunque essere considerati l’uno lo sviluppo dell’altro, in un percorso sicuramente di grande coerenza.

Con questo Senza lasciare traccia il regista affronta la sfida di un racconto più disteso, senza però voler rinunciare al suo carattere espressivo introverso, ermetico, quasi autistico. In totale contravvenzione con le mode del momento, che sembrano voler imporre un cinema al contrario sempre più strettamente narrativo. Dal punto di vista drammaturgico, la sceneggiatura scritta dallo stesso regista insieme a Lea Tafuri accosta alcuni elementi eterogenei in modo molto suggestivo. Abbiamo un’indagine, una regressione nella memoria e una situazione cechoviana in cui un padre e una figlia devono liberarsi di un terreno che costituisce un peso evidentemente non solo economico, ma anche esistenziale. Nel passato dei tre c’è d’altronde una storia di abusi mai del tutto risolta e chiarita. Il risultato è una sorta di thriller dell’anima, che per il suo modo azzardato ma affascinante di intersecare il piano antropologico e sociale con quello tragico e soprattutto quello psicanalitico, rievoca vagamente l’opera di un regista altrettanto oscuro e ingiustamente dimenticato, Giulio Questi, attivo negli anni Sessanta e Settanta.

di Emilio Ranzato

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13 novembre 2018

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