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Thriller dell’anima

· Un’ora e mezzo all’interno di un’auto per il piccolo capolavoro cinematografico di Steven Knight ·

Ivan Locke è un capocantiere preciso e determinato. Eppure, proprio in un giorno decisivo, quando la sua squadra è in attesa di una quantità abnorme di calcestruzzo per quella che sarà la più grande colata d’Europa, Locke decide di disattendere i propri impegni. Qualcosa di più importante lo aspetta dall’altra parte del Paese. Qualcosa che la sua famiglia e i suoi colleghi ignorano. E così, nottetempo, si mette in macchina per arrivare al proprio misterioso appuntamento.

Il film è innanzitutto una sfida. Quella di riuscire a tenere desta l’attenzione dello spettatore per un’ora e mezzo nonostante un’unica, angusta location, l’interno di un’auto, e un unico attore sulla scena, il bravo Tom Hardy visto come cattivo nell’ultimo Batman di Christopher Nolan. Una sfida che si può dire sicuramente vinta.

Locke è in effetti una sorta di thriller, un thriller dell’anima in cui le scelte morali determinano davvero i destini delle persone, più di quanto farebbe un colpo di pistola o una lama di rasoio.

Il fatto che il racconto si svolga in un’auto, e non in una stanza, sottolinea il senso di un itinerario interiore del personaggio. E il fatto che il viaggio si svolga di notte, senza che si riescano ad apprezzare particolari punti di riferimento spaziali, contribuisce a rafforzare questo piano simbolico.

Un film che partecipa di quella tendenza minoritaria del cinema contemporaneo che cerca di opporsi all’estremo realismo imposto dalle nuove tecnologie digitali attraverso un voto di castità dei mezzi espressivi. In modo da ricreare quel tanto di astrattezza di cui ogni forma d’arte ha bisogno per non appiattirsi sulla resa documentaria della realtà. A conferma di come ci sia anche oggi un pubblico desideroso di andare nella direzione opposta della sala in cui si distribuiscono gli occhialini 3D.

Emilio Ranzato

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20 novembre 2018

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