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Thailandesi
alle urne

· A quattro anni dall’insediamento della giunta militare ·

L’hanno definita «democrazia ibrida», una sorta di «democrazia sotto tutela», e la tutela è quella dei militari. Dopo quattro anni di governo della giunta militare che ha preso il potere nel 2014, in un clima generale di sollievo e di attesa la Thailandia torna alle urne, che domenica 24 marzo si aprono per oltre 52 milioni di elettori.

L’esercito aveva assunto le leve della nazione (con il dodicesimo golpe nella storia moderna) per porre fine alle turbolenze politiche che avevano paralizzato e sconvolto la nazione per gran parte del decennio precedente. E con due obiettivi palesi: assicurare la prima successione reale (fatto avvenuto nel 2016, dopo la morte del re Bhumibol Adulyadej) in un paese dove il monarca rappresenta un punto di riferimento istituzionale fortissimo e ineludibile; depotenziare il movimento politico fedele all’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, il leader populista che, pur cambiando pelle, aveva vinto tutte le elezioni dal 2001, governando grazie a sua figlia Yingluck fino alla deposizione del 2014. Il partito di Shinawatra, infatti, era considerato una minaccia per quella larga alleanza tra la Corona, l’esercito, le élites e le grandi imprese che ha dominato la Thailandia per gran parte della sua storia moderna.

Ora il generale Prayuth Chan-ocha, l’uomo che ha guidato il colpo di stato ed è stato da allora primo ministro, si presenta al voto in abiti civili e, da candidato e leader del nuovo partito Palang Pracha Rath (“Potere dello Stato popolare”) chiede il sostegno della popolazione per «continuare il suo lavoro», come ha spiegato. E, per permettergli di continuare a guidare il paese senza correre troppi rischi, la giunta militare, durante un tempo di governo che doveva essere «temporaneo» ma che è poi durato un quadriennio, ha avuto modo di cambiare la costituzione e di modificare il sistema democratico, condizionandolo pesantemente. Da un lato, infatti, i membri del senato, la camera alta che conta 250 seggi, saranno tutti nominati dalla giunta e non eletti; d’altro canto, il nuovo sistema di voto per assegnare i 500 seggi nella camera bassa svantaggia il partito con maggiore seguito, il «Pheu Thai», che è quello fedele a Thaksin Shinawatra, imponendo un tetto al numero di seggi che può ottenere.

Secondo il nuovo meccanismo elettorale, infatti, 350 parlamentari saranno eletti con il sistema maggioritario e 150 con quello proporzionale. Per formare una maggioranza di governo, allora, dato il considerevole vantaggio dei 250 senatori selezionati dalle forze armate, al partito del generale Prayuth Chan-ocha basterà ottenere 126 deputati alla camera per raggiungere la maggioranza necessaria (376 voti complessivi) che eleggerà il nuovo primo ministro a camere riunite. Inoltre, qualsiasi futuro esecutivo è vincolato dalla costituzione ad aderire al «piano ventennale militare per la Thailandia», che ha rigidi paletti politici ed economici e limita fortemente la possibilità di introdurre misure speciali a vantaggio dei ceti più bassi.

Secondo i sondaggi, si prospetta una massiccia affluenza alle urne, dato che la popolazione aspetta da anni un voto che è stato rinviato per ben cinque volte. Gli osservatori ritengono che nel voto sono i giovani elettori che potrebbero fare la differenza: sono circa sei milioni i giovani che andranno alle urne per la prima volta e molti di loro hanno espresso un desiderio di cambiamento che li ha resi particolarmente attivi nella società civile. Il movimento giovanile è un fattore che i partiti che si oppongono al generale Prayuth Chan-ocha, come la formazione progressista Future forward, sperano di capitalizzare. Thanathorn Juangroongruangki, candidato primo ministro e leader del partito Future forward, ha dichiarato: «Sono stato in settantasette province e tutti gli elettori con cui ho parlato si sono detti stanchi della giunta militare. Ma sappiamo anche che i militari useranno tutti le armi a loro disposizione per restare al potere».

In campagna elettorale il generale Prayuth Chan-ocha ha cercato di mostrare «il volto buono» presentando un programma che incentiva nuove tecnologie agricole, promuove il turismo sostenibile e sostiene le “start up”, mirando a una crescita economica del 6 per cento annuo. I partiti di opposizione hanno elaborato un’agenda di riforme costituzionali, auspicando pubblicamente di estromettere i militari dal governo del paese. Tra i principali temi affrontati, centrale è l’economia, con il dato sulla disuguaglianza nella società che risulta inquietante: l’«Economist» ha definito la Thailandia il paese con le più forti disuguaglianze sociali ed economiche al mondo. Secondo i dati di una recente ricerca promossa da Credit Suisse, l’1 per cento della popolazione più ricca possiede due terzi della ricchezza del paese. Nel 2018 hanno perso il lavoro circa 260.000 persone, soprattutto contadini e operai. E, verso la fine della campagna elettorale, tutti i partiti hanno promesso aumenti del salario minimo per provare a guadagnare consensi. Ma l’ipoteca dei militari resta un macigno che pesa sulla fragile democrazia thai.

di Paolo Affatato

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