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Testimonianza
e fraternità

Sono la testimonianza e la fraternità le due chiavi che permettono di capire il significato del viaggio di Francesco in Albania, tanto breve — appena una dozzina di ore — quanto importante ed esemplare. Importante per il Paese, che dal Pontefice ha ricevuto un forte appoggio, ed esemplare per il segnale che il Papa ha voluto lanciare all’Europa e a tutta la comunità internazionale.

Nel caloroso discorso di benvenuto il presidente Bujar Nishani, presentando la sua gente come il popolo di madre Teresa, ha messo in parallelo l’accoglienza affettuosa e composta al Pontefice e le ultime parole dei martiri cattolici vittime del comunismo — viva l’Albania, viva il Papa! — e ha ricordato con gratitudine che nella «stagione della grande solitudine» importante è stato il sostegno della Santa Sede al Paese.

Oggi, sulle orme del viaggio di Giovanni Paolo II dopo la fine del regime ateo, l’appoggio del vescovo di Roma all’Albania si è manifestato di nuovo. Con un respiro mondiale e un affetto evidente per il popolo albanese: nel «rispetto e ammirazione per la sua testimonianza e la sua fraternità per portare avanti il paese», come Francesco ha voluto scrivere di suo pugno appena iniziata la visita.

Per due mesi il Papa si è preparato a questo suo primo viaggio europeo, sgomento di fronte al «livello di crudeltà» che ha definito terribile e che infierì non solo sui cattolici, ma anche su ortodossi e musulmani. «Tutte e tre le componenti religiose hanno dato testimonianza di Dio e adesso danno testimonianza della fratellanza» ha riassunto Francesco davanti ai giornalisti durante il volo di ritorno.

Da questa terra di martiri si sono così levate ancora una volta le forti parole del vescovo di Roma: «Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione!» ha ammonito nel discorso alle autorità e al corpo diplomatico. «La religione autentica è fonte di pace e non di violenza» ha detto poi nell’incontro con i rappresentanti delle diverse comunità religiose nel Paese, e ha ripetuto: «Uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio!».

La testimonianza di fraternità, che viene dal popolo dell’Albania e dalla sua storia eroica di resistenza al male, è preziosa «in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l’autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone un pericoloso fattore di scontro e di violenza» ha detto con chiarezza il Papa.

E accanto alle parole, inequivocabili, del viaggio in Albania rimarranno la commozione e le lacrime del Pontefice di fronte al racconto semplice e toccante di due sopravvissuti all’atroce persecuzione comunista: un prete ottantaquattrenne, don Ernest Simoni, e una religiosa stimmatina ottantacinquenne, suor Marije Kaleta, scampati alla morte e a decenni di prigionia e di lavori forzati. Oggi «abbiamo toccato i martiri» ha commentato profondamente commosso il Papa, aggiungendo che, consolati da Dio nella persecuzione, sono stati loro a consolare noi.

g.m.v.

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20 marzo 2019

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