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​Testimonianza di un dramma

· ​Louis Duchesne fra ricerca storica, ortodossia e modernismo ·

Ha sicuramente ragione Francesco Mores quando sottolinea la necessità di riprendere in considerazione il caso di Louis Duchesne (Louis Duchesne. Alle origini del modernismo, Brescia, Morcelliana, 2015, pagine 199, euro 18). Uno dei maggiori storici del cristianesimo fra XIX e XX secolo, l’editore del Liber pontificalis (1886-1892) e del Martyrologium Hieronymianum (1894), l’accademico di Francia (1911) che fu dal 1895 al 1922 direttore dell’École française de Rome, l’autore dell’Histoire ancienne de l’Eglise (1906-1910) messa all’Indice nel 1912, rischia oggi di apparire una figura dai contorni sbiaditi. Eppure nei quasi cento anni che ci distanziano dalla sua morte non sono pochi i lavori di ricostruzione della vita e dell’opera. A incominciare dall’ampia voce che Henri Leclercq nel 1925 pubblicò nel Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie, seguita nel 1973 dal convegno dell’École française — nel quale Paolo VI intervenne con un memorabile discorso ricevendo i partecipanti al colloquio — sino al documentatissimo volume di Brigitte Waché (1992).

Louis Canet, Jean Marx e Louis Duchesne (1843-1922) a Roma

E non sono mancate edizioni di corrispondenze — come quella con Giovanni Battista De Rossi, venuta alla luce nel 1995 per cura di Patrick Saint-Roch — e molteplici analisi all’interno di più ampie ricostruzioni sul modernismo. Sin da quando l’abbé era in vita, sulla figura di Duchesne si è consumato un acceso conflitto di interpretazioni. Per la Waché, fu un figlio devoto della Chiesa che si sottomise senza esitazioni alla condanna della sua opera, frutto più di un fraintendimento che di una corretta comprensione del suo significato e del suo intento.

Don Giuseppe De Luca, che nell’aprile 1922 si recò a palazzo Farnese per pregare davanti alla salma del sacerdote francese cercando in quell’incontro quasi un viatico per la sua esistenza di prete studioso, il 15 aprile 1929 difese a spada tratta con l’amico Giovanni Papini la grandezza e l’ortodossia cattolica di quel gigante che aveva fronteggiato Adolf von Harnack, come De Rossi aveva fatto fronte a Theodor Mommsen. Ma nel 1932 sembrò ricredersi e sempre a Papini scrisse di essersi reso conto di «quanto anche lui, Duchesne, fosse iniquo». Trent’anni dopo, il 1° gennaio 1962, scrivendo a Loris Capovilla, rettificò ancora valutazione, con un’analisi più articolata e matura. Lo definì «spirito d’una mordacità estrema», che «sentiva poco di filosofia e di teologia»: «non fu modernista ma diede ansa ai modernisti maggiori con la sua secchezza; e su di lui il giudizio non è facile. A rigore, ci si può anche domandare se e quanto credesse. Io sto per la sua fede, con buoni elementi e io sono (modestamente) uno dei suoi maggiori studiosi».

Fu allora solo questione di un carattere sin troppo corrosivo, ironico, critico, dell’arguzia caustica e sottile della sua straordinaria intelligenza? Si confuse malamente lo storico bretone con la Francia atea e miscredente della Terza Repubblica (soprattutto dopo la sua accoglienza fra gli «immortali» dell’Académie française e il suo discorso inaugurale)? Ecco la necessità di «riesaminare il caso Louis Duchesne», cercando di dissipare «quel leggero senso di equivoco e di contraddittorio che la sua vita, i suoi scritti (...) non mancano di ispirare» (Giovanni Miccoli).

Certo la sua esistenza è la testimonianza di un dramma, la collisione tra la fede cristiana e la scienza storica il cui metodo critico di accertamento dei fatti, all’apice di quel “secolo della storia” che fu l’Ottocento, sembrò mettere in crisi non solo visioni e opinioni tradizionali ma anche i fondamenti stessi della fede.

Al termine della lettura del volume di Mores si constata la complessità del personaggio, grande storico dominato da tendenze antispeculative e antiteologiche, e la difficoltà di penetrare nelle profondità insondabili del cuore umano. La ricerca di Mores rappresenta un’ottima occasione per ripensare quel periodo drammatico che ebbe però il merito di prendere, da una parte e dall’altra, terribilmente sul serio la fede, la sua storicità e le sue esigenze.

Una lezione per tanta nostra disinvolta superficialità contemporanea, quasi che i grandi quesiti sul «caso serio» del cristianesimo non abbiano più senso e valore; e per essi non valga la pena di tante aspre, anche cruenti battaglie.

di Paolo Vian

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09 dicembre 2019

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